Dopo l’insuccesso della manifestazione di Napoli, il problema politico del centrosinistra forse si può riassumere così: i leader, ritratti nella foto all’osteria di Roma, di Pd M5S Avs rappresentano uno spazio politico di debolezze e non di forze. L’appuntamento di Napoli avrebbe dovuto dimostrare che questi partiti e i loro leader sono in grado di trasformare un campo di debolezze in un campo di forze, candidate a vincere le elezioni del 2027. La prima uscita è stata un passo falso. Non solo per ragioni organizzative: la prova mancata di sapere gestire e contenere la contestazione di Potere Operaio. O per l’assenza di una narrazione condivisa e convincente sul Paese. A Napoli, in realtà, si è tentata un’affermazione di identità della sinistra, che ha finito per tracciare confini, per dividere. Tanto è vero che i tre partiti sono stati contestati da una sinistra che si reputa più pura di loro. La piazza che avrebbe dovuto tenere a battesimo un’unione capace di includere, ha trasmesso la sensazione che fosse convocata per escludere, rivelando la disunione dei progressisti. La manifestazione sembrava escludere i moderati, i riformisti con in testa Renzi e Calenda, di fatto probabilmente anche i cattolici. Ma in questo modo il polo Pd-M5S-Avs ha messo in scena (senza volerlo) la debolezza che non riesce a trasformarsi in forza. Almeno per ora. L’egemonia della sinistra non è apparsa. La coalizione resta un’impresa da farsi. Cercare di comprendere le ragioni dell’esordio fallito, potrebbe consentire di non sbagliare le prossime mosse.
Il problema della competizione rivolta all’interno
Il campo del centrosinistra non vive solo una competizione all’esterno, contro la Meloni e il centrodestra. Una serrata competizione è in corso anche all’interno del proprio schieramento, che indebolisce tutti gli attori. Non si tratta solo della rivalità tra i leader per la candidatura a prossimo capo del governo. Ci sono delle ragioni strutturali che alimentano l’agonismo. Questi partiti, infatti, si rivolgono a elettori che hanno interessi e prospettive politiche non facilmente compatibili. Il Pd, ad esempio, sembra rivolgersi finora soprattutto a quelli che gli studiosi definiscono vincenti della globalizzazione, che tendono a favorire l’uguaglianza sociale sul piano dei diritti, mentre sono più tiepidi verso quella economica. M5S e Avs, invece, si rivolgono di più ai perdenti della globalizzazione, che privilegiano l’uguaglianza economica, e spesso si rivelano conservatori su una serie di temi civili. Riuscire ad attrarre entrambi i settori sociali non è impossibile, ma non è per nulla semplice. I mutamenti nella stratificazione sociale e i cambiamenti economici, tecnologici in questi anni hanno avuto effetti sulla sinistra.
Inoltre gli elettori sono riluttanti a cambiare schieramento, passando dal centrosinistra al centrodestra e viceversa, ma tendono a spostarsi nell’area della coalizione di riferimento. Questo significa che ogni partito dell’opposizione deve rivolgersi allo stesso bacino elettorale, sia pure differenziato al suo interno. La conseguenza è che ogni partito che punta ad accrescere il proprio consenso deve farlo a spese degli alleati. Nei sondaggi si vede questa correlazione: in genere se sale di poco il Pd scende di poco il M5S o Avs. e viceversa Questa trama complessa in cui una serie di fattori sociali contribuisce a mantenere viva la competizione nel centrosinistra, spinge partiti e leader a investire sulla propria visibilità. E per riuscirci i leader devono marcare con determinazione le proprie differenze politiche e ideologiche. Il leader del M5S, Conte, per esempio, è quasi obbligato a differenziarsi dal Pd per non appiattirsi sul partito più grande e mantenere la propria credibilità. A questo gioco di posizionamento continuo rispetto all’elettorato, si deve aggiungere la leaderizzazione della politica. Il centrosinistra non apprezza la figura del leader verticistico, tipico della destra, ma la presidenzializzazione della politica, come è stata definita degli studiosi, ha avuto un’influenza anche sui progressisti. I leader risentono degli spostamenti degli elettori, devono rispondervi, ma poi hanno pure visioni diverse, che acuiscono la rivalità tra gli alleati. Anche il leader progressista ha il compito di orientare partito ed elettorato in una determinata direzione, non può perdere credibilità a spese di un altro. A questo quadro si aggiungono le differenze ideologiche su diversi temi come la politica estera, l’economia, l’immigrazione. L’elettorato eterogeneo del centrosinistra e la necessità per leader e partiti di difendere il proprio consenso, logorano costantemente la coesione del centrosinistra. Non sembra una missione impossibile costruire una coalizione, ma il paradosso è che leader forti e ideologicamente coerenti accrescerebbero il potenziale di coalizione. Quando invece i leader sono più deboli e meno capaci di orientare, la coalizione è più disunita.
Il problema della congruenza elettori-partiti
Un’altra questione che contribuisce all’incertezza è la questione della congruenza, cioè della vicinanza, tra elettori e partiti. Gli elettori di centrosinistra sono rappresentati bene dai partiti della coalizione? La tesi di fondo della sinistra è che gli elettori avrebbero abbandonato soprattutto il Pd perché si sentivano abbandonati da un partito cambiato, troppo spostato a destra con Renzi, che avrebbe lasciato morire le sue radici sociali tra i lavoratori. E così avrebbe perso il consenso degli elettori più svantaggiati. Ma i pochi lavori che hanno indagato la congruenza tra elettori e partiti non sembrano confermare del tutto l’immagine che diffondono le classi dirigenti della sinistra. Se si misurano le posizioni su temi importanti quali le tasse, i servizi, l’immigrazione, l’Europa, l’economia, emergono tra gli elettori opinioni più moderate rispetto ai loro rappresentanti. Al contrario se si indaga la vicinanza ideologica attraverso la auto-collocazione lungo l’asse destra-sinistra degli elettori del Pd, si ottiene un risultato diverso: votanti e partito della Schlein sono più in sintonia. Gli elettori si autodefiniscono di centrosinistra o sinistra moderata: è positiva la congruenza ideologica Ma se si passa alle issues in genere preferiscono politiche più moderate. Anzi su alcuni temi, come l’immigrazione, sono ancora più centristi quando non distanti dalla destra. Le stesse indagini avvertono che oggi gli elettori del M5S sarebbero lievemente più a sinistra del passato. Inoltre l’elettorato del M5S esprime chiaramente un disagio sociale, economico, persino generazionale. Diversa sembra la condizione della maggioranza degli elettori del Pd, più istruiti e con un più elevato benessere economico. Sui temi si considerano più vicini al centro di quanto non dichiari il vertice del partito, sono meno radicali dei loro dirigenti. Ed è la divergenza sui temi che, in passato, ha spinto alcuni elettori ad allontanarsi dal Pd. Questa mappa della rappresentanza conferma le difficoltà a rendere compatibile una base elettorale progressista eterogenea. E interpella i partiti, perché non è detto che le opinioni dei dirigenti e quelle degli elettori si sovrappongano. La ricerca di una sintonia con gli elettori favorisce la conflittualità interna.
Il problema della costruzione della coalizione
L’area progressista allora è condannata a una coalizione precaria, instabile, percorsa da rivalità? Non è detto, ma forse è necessaria una strategia per ridurre l’incertezza. Il centrosinistra non può rivolgersi, come la destra, al modello della leadership per risolvere la questione della coesione. I leader come brand hanno un ruolo importante nella politica mediatizzata, ma difficilmente oggi la figura del leader personale può offrire la soluzione alla frammentazione progressista Il centrosinistra dovrebbe superare alcune diffidenze verso la personalizzazione della società contemporanea (e nei fatti lentamente si sta adattando), ma il pluralismo dello spazio progressista oggi non può essere superato con il leader personale e carismatico. In realtà la soluzione potrebbe essere quella indicata da alcuni osservatori, che vedono nella piattaforma programmatica uno strumento per favorire la convivenza di elettorati eterogenei. Gli studiosi ci spiegano che esistono diversi tipi di piattaforme programmatiche: c’è l’accordo programmatico che svolge la funzione di segnalare agli elettori quale coalizione su quali basi si può costruire. In questo caso gli impegni presi saranno generici, il progetto vago, le promesse non vincolanti, riversando sulla eventuale fase di governo il costo della negoziazione tra i partiti. È la storia del Prodi II e sappiamo come è finita. È probabile che alla fine si ripeterà per il 2027. Ma la soluzione migliore sarebbe una piattaforma negoziata prima del voto, nella quale venga integrata una procedura per risolvere eventuali divergenze interne, che preveda impegni a mantenere la lealtà di coalizione e una agenda di legislatura più definita e articolata. L’esempio (forse semplificandolo) potrebbe essere il contratto di governo della Germania. Le regole di controllo dell’accordo programmatico possono restituire un ruolo importante al Parlamento. La piattaforma programmatica nella versione più solida può svolgere una funzione rilevante nella istituzionalizzazione della coalizione progressista. Intanto è uno strumento per connettere partiti ed elettori e fare del programma non solo un progetto di governo, ma il mezzo per rispondere alle domande sociali e quindi a bisogni sentiti dagli elettori e dai territori. E questa funzione sarà ancora più efficace se il processo di costruzione dell’accordo sarà pubblico, trasparente, partecipato e non prodotto da esperti o dai vertici della coalizione. In sostanza si tratta di organizzare la frammentazione e il pluralismo dello spazio progressista. E per riuscirci tutti i protagonisti dovranno superare diffidenze e risentimenti. L’impresa richiede di riscoprire solidarietà e fiducia verso gli altri. I diversi attori, in particolare gli elettori, hanno bisogno di ottenere riconoscimento e stima di sé per sentirsi parte di qualcosa di più grande. Non è una impresa facile. Ma chi si incaricherà di impegnarsi forse potrà essere legittimato come leader democratico. È attraverso questo difficile processo che un campo plurale di debolezze può trasformarsi in una forza in grado di vincere. Forse il futuro del Paese vale l’impresa.
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