Di Questi Tempi

Politica società e digitale di Sergio Baraldi


Meloni offesa e la logica del dominio

L’affondo volgare di Trump contro Giorgia Meloni svela due crisi diverse, ma tra loro collegate. Innanzi tutto c’è la crisi senza precedenti dei rapporti tra Usa e Italia, che è stata sotto tutti i governi uno degli alleati più vicini all’America. Il vulnus nei rapporti con l’Italia conferma lo stato critico dei rapporti degli Usa con l’Europa, appena il giorno dopo la vetrina (ingannevole?) del vertice del G7. Hanno fatto bene Mattarella e tutti i partiti a manifestare solidarietà alla premier, ma la Meloni si trova nella delicata situazione di vedere fallire la strategia di politica internazionale del suo governo: l’essere più che in passato l’interlocutore privilegiato degli Usa in Europa e di conseguenza il naturale mediatore con Trump. La giusta solidarietà alla premier non può esimerci dal notare che oggi il Paese sia privo di una strategia internazionale credibile. L’incertezza a cui è esposto il sistema Italia è responsabilità della premier, di un governo che più passa il tempo più si rivela di livello mediocre, poco adatto ad affrontare un difficile cambio d’epoca. 

La chiave sbagliata dell’appartenenza ideologica

L’errore della Meloni è consistito nel pensare che negli anni del declino del diritto internazionale e della preminenza dei rapporti di forza, il tessuto lacerato dell’ordine globale potesse essere rappresentato dall’appartenenza ideologica. Seguendo la sua vocazione di capo-partito, la premier si è affidata all’identificazione politica tra la destra di Trump e la destra italiana. Per questa ragione si è auto-assegnata la missione di mediare tra Usa ed Europa. Senza riuscirci. A cosa è dovuto il fallimento? Parte della risposta potrebbe essere nella sottovalutazione della vera natura della destra americana, che non è solo ideologica, ma esprime una volontà di potenza imperiale, mista alla difesa (anche militare) degli interessi della superpotenza. Trump è l’interprete coerente di questo mutamento antropologico. Del resto questo è lo spettacolo che il presidente mette in scena continuamente ovunque e per qualunque tema. Guerra compresa. Non a caso si è presentato al G7 annunciando: “Sono il boss”. Non c’è solo una componente psicologica (un narcisismo egocentrico). La destra trumpiana considera i propri fan, come è stata definita la Meloni, con sufficienza. Le aspettative di Trump sono di ottenere remissività, adeguamento pronto all’egemonia dell’impero e del suo leader. La Meloni non si è resa conto che non è l’ideologia la chiave per garantire l’accesso, ma nella nuova logica del dominio contano altri fattori.

La nuova logica del dominio

La logica del dominio, come hanno spiegato Horkheimer e Adorno, riflette la metamorfosi della ragione: sorta per renderci liberi, essa è diventata una ragione strumentale. L’uomo cioè non si chiede se un’azione sia giusta o buona, ma se sia utile ed efficiente per accumulare potere e profitto. La logica del dominio, che ritroviamo anche negli algoritmi e nel potere computazionale, per Horkheimer e Adorno è una tendenza profonda dell’Occidente. Essa preme per ridurre ogni aspetto della realtà, anche gli individui, a oggetto di calcolo, di controllo, di sfruttamento economico. Per controllare la società, la logica del dominio sembra seguire due regole: la prima è la mercificazione del mondo e quindi della geopolitica; la seconda è l’annullamento delle diversità, dato che ogni cosa o persona viene ridotta a ingranaggio del sistema di potere. Se si tengono presenti queste regole, si comprende meglio la condotta di Trump, al di là del suo carattere poco prevedibile. Oggi regna la logica del dominio che unisce capitalismo e tecnologia. Il suo scopo è modellare le scelte degli altri attori. Chi non si conforma viene disprezzato, sia di destra o di sinistra poco importa. Trump infatti ha ripetuto: “Meloni vuole tornare amica dopo l’Iran. No grazie”. Appena la premier si è discostata dalla disciplina del dominio, è scattata la sanzione. L’affinità ideologica non assicura un margine di autonomia. Anzi il contrario: si tratta con i nemici e si sfruttano gli amici. 

L’interesse nazionale senza una statista

La conseguenza della matrice ideologica per stabilire una relazione speciale con gli Usa, ha spinto la Meloni a commettere un secondo errore:  l’interesse nazionale ha perso centralità nell’azione del governo. L’interesse nazionale è ciò che uno Stato deve perseguire per non creare un danno alla collettività, riguardi il benessere dei cittadini o la sicurezza nazionale. È un insieme di interessi da tutelare, che assicura il raccordo con i bisogni sociali, e che dovrebbe guidare le decisioni del Paese tra minacce e opportunità. Si tratta di un complesso atto di sintesi, che comporta la definizione delle priorità, che sarebbe opportuno risultasse da un confronto tra maggioranza e opposizione per unire il Paese nella sua proiezione esterna. Scegliendo la via ideologica, la Meloni ha di fatto messo in secondo piano l’interesse nazionale, ricercando solo dei compromessi limitati per evitare effetti pesanti sul sistema economico, come è successo nel caso dei dazi. Ma così la Meloni è rimasta un capo-partito, impedendo a se stessa il salto a statista. Uno statista, infatti, si distingue per la capacità di avere una visione di lungo periodo del bene comune e di rinunciare al consenso immediato o all’interesse del proprio partito. Se la bussola del governo fosse stato l’interesse nazionale, la premier avrebbe dovuto lavorare da subito per un’autonomia strategica europea. E avrebbe dovuto rimarcare la differenza italiana ed europea rispetto alla destra americana. L’interesse nazionale le avrebbe garantito autorevolezza morale e autonomia. Avrebbe impostato la relazione con gli Usa su un piano di alleanza, non di dipendenza. Invece l’interesse nazionale è rimasto privo di una statista. La Meloni si è illusa di potere governare il disordine internazionale. E ha venduto la narrazione di sé stessa come risolutrice dei problemi internazionali all’opinione pubblica, grazie anche ad un giornalismo televisivo compiacente. Adesso che si accorge “allibita” della logica del dominio trumpiano, questa narrazione è smascherata come una finzione propagandistica.

Occorre però inserire questo scontro all’interno dell’orizzonte della “pace” con l’Iran, un altro spettacolo trumpiano che proclama il trionfo Usa. È sempre più chiaro che la pace è instabile. Il commander in chief sembra  consapevole che ha dovuto chiudere una guerra che non riusciva a vincere sul piano geopolitico per i troppi errori commessi. È la seconda crisi evidenziata dallo scontro. La tregua con l’Iran è soggetta alle decisioni di Israele e i rapporti con Gerusalemme sembrano essersi raffreddati, dopo che Trump ha scoperto che i loro interessi possono divergere. Se non si tiene nel dovuto conto la crisi di credibilità che sta logorando la superpotenza americana e il suo presidente, si rischia di non capire perché Trump ha fatto il bullo con la Meloni. Un pugilato verbale con l’Italia e con l’Europa può forse compensare lo spettacolo frustrante di una guerra che non si riesce a vincere. E di un potere egemonico che si indebolisce.



Lascia un commento