C’è sempre un altro che è colpevole. La dura accusa alla Cgil per la contestazione compiuta in realtà dal sindacato belga Ftgb durante la rievocazione della tragedia di Marcinelle contro il presidente del Senato La Russa, («Una contestazione antifascista», ha precisato il sindacato belga), e quella contro
le ONG tedesche per la decisione del cancelliere Metz di restituirci gli immigrati provenienti dall’Italia, ripropongono un tema fondamentale per capire la destra populista. Ma poco analizzato. La reale motivazione della Meloni andrebbe ricercata in quello che potremmo definire l’inconscio politico della destra: il vittimismo come strategia comunicativa e politica. Non si tratta di una questione secondaria.
Il vittimismo è la tendenza a considerarsi oppressi, danneggiati, vittime di ingiustizia da parte di altri. Il caso della Meloni richiama una condizione particolare, ma non rara: il dominante che sostiene di essere vittima dell’ostilità dei gruppi dominati (le opposizioni). Un caso da manuale in questo senso è quello di alcuni uomini che si sentono vittime delle donne che rivendicano parità di diritti, in una società dove il potere resta in genere una prerogativa maschile. Rivendicare di essere una vittima, nonostante il potere che si detiene, comporta dei vantaggi: tende a mettere a tacere le critiche e giustifica un comportamento aggressivo verso l’altro. L’esternalizzazione della colpa, attribuita al nemico, cerca di attivare il senso di colpa degli altri. Meloni, infatti, inverte la relazione: lei che governa ed è dominante si presenta come vittima dell’ostilità degli altri, l’opposizione. In questo modo non è lei, capo del governo, che discrimina, ma è lei che verrebbe discriminata. È un atteggiamento che accomuna la destra populista radicale. Trump vi ricorre di frequente. Ogni volta che sorge un problema o viene criticata, la Meloni evoca una minaccia che incombe. Non si tratta solo di una minaccia ai propri interessi o alla propria sicurezza. Quella che paventa è una minaccia esistenziale. Così la posta in gioco diventa drammatica.
La vittima Meloni ricorre a stereotipi, alla distorsione dei fatti, per negare la dignitàdell’avversario. «Vergogna» grida alla Cgil, che però non c’entra con il gesto di Marcinelle. Negare l’altro serve ad affermare un’immagine positiva di sé. Nella relazione vittima-persecutore, la premier presenta sé stessa come la figura morale che subisce l’ingiustizia. L’altro non merita un riconoscimento morale, non esprime ragioni o emozioni degne di essere ascoltate. Semmai deve essere disumanizzato, disprezzato. Utilizzando questa strategia, la Meloni si racconta moralmente nel giusto e può rispondere con durezza. Una simile difesa ha alcune conseguenze. Innanzitutto, tutela i propri privilegi, la propria posizione di potere. Ma soprattutto la premier ricerca una superiorità morale su cui fondare un’egemonia politica.
Connessa alla dimensione vittimista, è l’abitudine della Meloni di rappresentarsicome imprenditrice della paura. Questa dinamica l’abbiamo vista all’opera con il referendum sulla giustizia: da una parte i giudici che le impedivano di governare, dall’altra la paura che se lei avesse perso avrebbero prevalso stupratori e criminali. L’investimento sulla paura ha dei vantaggi. Una società sulla quale pende una minaccia esistenziale, avverte una paura esistenziale. Non a caso l’immigrazione viene descritta come un’invasione di stranieri, nonostante che i dati smentiscano questa versione.
La società che vive in uno stato emotivo angosciante tende a paralizzarsi, non favorisce il cambiamento. La percezione della minaccia esistenziale consolida il potere. Legittima per via indiretta l’inerzia del governo della destra. Con la strategia del vittimismo, quindi, la Meloni scommette ancora sulla paura come collante sociale difensivo e indica ai cittadini il nemico (l’opposizione) che rappresenta un ostacolo alla soddisfazione dei loro bisogni. Un nemico svalutato, denigrato, al punto da non avere un’etica. Non è quindi la premier, che governa da quattro anni, responsabile di un Paese stagnante, afflitto da molti problemi irrisolti. Il colpevole è l’altro, che merita disprezzo. Il dominante che si percepisce come vittima, inverte i ruoli tra dominante e dominato, sovrappone politica e morale, costruisce una narrazione favorevole ai propri interessi. I bianchi vittime del razzismo, gli uomini vittime delle donne, i coloni israeliani vittime dei palestinesi: il vittimismo come strategia finisce per credere in ciò che viene proposto come reale.
Landini osserva che la premier trova il tempo per rispondere a una notizia falsa su Marcinelle invece di risolvere i problemi dei cittadini. Ma questa è la dinamica del vittimismo: mettere in scena come reale ciò che chi governa seleziona come reale, poi amplificarlo attraverso tv, social, media per immergere il Paese nella paura esistenziale.
La storia di Marcinelle o quella delle ONG tedesche, sono lo strumento narrativo della competizione vittimista della Meloni. È la competizione scelta da chi veste i panni della vittima, che autorizza a essere aggressivi e genera una spinta alla vendetta. Lo si vede con Trump, che usa il potere presidenziale per colpire i suoi avversari. La narrazione vittimista è funzionale a questo obiettivo: distorce i fatti, reinventa la memoria pubblica, adatta l’interpretazione delle intenzioni degli altri.
Il vittimista si autoassolve: crede nella propria verità soggettiva, in cui le proprie trasgressioni, i propri errori, sono giustificati, mentre le motivazioni degli altri sono immorali, false, assurde. Questo atteggiamento non riguarda solo gli individui, ma anche le collettività.
È sufficiente osservare la posizione dei coloni nella guerra israelo-palestinese. I vittimisti minimizzano il proprio ruolo nei conflitti. E uno stato di vittimizzazione permanente, come sembra quello della Meloni, sviluppa una tendenza a percepirsi come portatori di una morale virtuosa e a considerare gli altri privi di etica. Si tratta di un meccanismo di difesa per ottenere l’attenzione del pubblico e la sua considerazione. Ma il rischio è che la morale possa essere distorta al punto da essere usata per dominare gli altri. È il meccanismo che la destra radicale utilizza ovunque. E che contamina politica e morale. Se gli altri sono immorali, ingiusti, ci perseguitano, sono minacciosi, allora non solo la vittima è innocente e preserva una immagine positiva di sé, ma è giustificata una risposta aggressiva, persino violenta. La superiorità etica che la leader ricerca diventa così ragione di Stato.
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