Il caso Ranucci richiederebbe attenzione per due ragioni. La prima è che per motivi politici il racconto della vicenda tenta di invertire i ruoli e trasformare il conduttore di “Report” da vittima in accusato (per ora senza prove). La seconda, più importante ragione consiste nel fatto che tutta l’attenzione è focalizzata sui protagonisti secondo le regole dell’intrattenimento, che privilegiano spettacolarizzazione e personalizzazione: Lavitola mandante dell’attentato, Ranucci obiettivo dell’attentato. Ma il vero tema sul quale dovremmo concentrarci è la sfida al giornalismo d’inchiesta di cui “Report” è ormai uno dei pochi esempi. Una sfida che coinvolge il ruolo di un giornalismo in crisi in un Paese democratico. Non a caso la Rai sta tentando di sostituire Ranucci alla guida della trasmissione. A destra (e non solo) le insinuazioni su di lui si sprecano: occorre delegittimare il “nemico”, fargli il vuoto attorno, lasciarlo solo. È una strategia ben nota. Per questo per valutare il comportamento di Ranucci è corretto aspettare che i magistrati concludano l’indagine, senza cedere a giudizi affrettati, come accade spesso sui social. Può essere che il conduttore di Report, per un eccesso di confidenza con un “amico”, abbia sottovalutato Lavitola. Il rapporto e la negoziazione con le fonti è sempre difficile: le fonti cercano di rendere visibile ciò che interessa loro, sanno mimetizzarsi. Non sempre il giornalista si accorge della strumentalizzazione. Si tratta di una relazione delicata da gestire e si può commettere errori.
Ma quello che dovrebbe preoccupare di più è la perdita di credibilità che rischia il giornalismo d’inchiesta. E che aggraverebbe la crisi della professione. Ormai le vere inchieste sono rare. Già molti anni addietro Giampaolo Pansa aveva paventato la scomparsa del giornalismo d’approfondimento. La decapitazione di Report ora rischia di normalizzare un genere giornalistico, che conserva una particolare rilevanza. Il giornalismo d’inchiesta offre l’occasione all’opinione pubblica di leggere se stessa, di riconoscersi oppure no, di ridefinire la propria identità. È una linea avanzata, che infatti segue una sua logica produttiva e gode di autonomia. Ma spingere una società a guardare dentro se stessa è il senso di tutto il giornalismo. Tuttavia questo compito acquista valore con l’inchiesta. Il complesso lavoro del giornalismo mette in luce la sua doppia natura: essere una pratica narrativa e insieme una pratica sociale. L’inchiesta isola un tema diventato opaco sul quale occorre indagare e riflettere per soddisfare il bisogno sociale di conoscere la verità o qualcosa che le si avvicini. Il valore dell’inchiesta è il risultato di una narrazione che risponde con le sue rivelazioni al disorientamento sociale. In questo modo il giornalismo può contribuire a decostruire e ricostruire il profilo identitario di una comunità. Giornalismo e inchiesta come prodotti culturali possono concorrere a tenere insieme la società e a orientarla. L’inchiesta interpreta e aggrega: interpreta le dinamiche del potere, aggrega i cittadini che vogliono capire, partecipare. È pratica narrativa e sociale che arriva alle coscienze.
Per questo motivo l’inchiesta riveste una funzione politica. Essa si pone in una relazione conflittuale con il potere, politico ed economico. “Report” di Ranucci questa funzione ha tentato di svolgerla senza particolari riguardi per nessuno. A volte la trasmissione è riuscita bene a volte meno. Ma quello che conta è che la libertà del conduttore e della sua squadra è garanzia che questa funzione di controllo sia esercitata. La delegittimazione di Ranucci, come persona e come professionista, tenta di screditare questa funzione, in cui gli attori politici ed economici, gli interessi, i rapporti di forza sono obbligati alla trasparenza. Emerge in questo lavoro di scoperta e di approfondimento la stessa ambivalenza (persino amplificata) del giornalismo: da una parte contribuisce a determinare la struttura sociale, dall’altra ne svela i meccanismi nascosti. Si pensi alla mafia o a tangentopoli. La posta in gioco, quindi, è la possibilità di un giornalismo non addomesticato che possa incidere. A fare chiarezza sarà la magistratura, la cui indipendenza 15 milioni di cittadini hanno salvaguardato con un No al referendum. Il paradosso è che “Report”, pur stretto tra violenza e politica che vuole metterlo a tacere, svolge ancora la sua funzione: rende trasparenti i meccanismi del potere. La destra al governo vorrebbe il giornalismo subalterno e agisce dal lato economico con l’editore, la Rai melonizzata, e dal lato istituzionale e politico. Difendere lo spazio libero dell’inchiesta significa allora difendere più in generale l’arena nella quale l’opinione pubblica può conoscere la realtà opaca del Paese e prendere posizione per cambiarla. Il professore Mancini, uno dei più autorevoli studiosi di comunicazione, ha scritto che il “sistema è fragile”. Per questo occorre sostenere il giornalismo e l’inchiesta, anche quando commettono errori. Il loro compito è rendere trasparente il Paese. E questo ha a che fare con la democrazia.
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