Di Questi Tempi

Politica società e digitale di Sergio Baraldi


Il potere senza autorità: la Meloni sconfitta

La sconfitta di Giorgia Meloni e del governo sull’emendamento per le preferenze, forse non va enfatizzata oltre misura. Il governo non cadrà anche se al tempo della Prima Repubblica il premier forse sarebbe salito al Quirinale per un colloquio. L’iter parlamentare proseguirà e la nuova abnorme legge elettorale verrà probabilmente approvata almeno alla Camera (al Senato si vedrà). Ma allo stesso tempo potrebbe essere un errore sottovalutare il segnale politico che ne deriva. La Meloni ha perso perché ha ripetuto l’errore strategico compiuto con il referendum sulla giustizia. Il suo desiderio del potere che rafforza se stesso ha finito per organizzare una mobilitazione contro di lei. Al referendum la mobilitazione contro la Meloni ha coinvolto 15 milioni di cittadini. In Parlamento ha riguardato un pezzo della sua maggioranza, dato che a votarle contro, secondo alcuni conteggi, sarebbero stati dai 30 ai 40 franchi tiratori del centrodestra. La conseguenza di queste sconfitte non rappresenta un buon segnale per la premier. La donna sola al comando comincia a produrre nel Paese e nel Palazzo una resistenza impensabile fino a pochi mesi fa. La causa di questo logoramento forse va cercata proprio nell’ostinazione, forse si potrebbe parlare di arroganza, con la quale la premier vuole conservare ed estendere il suo potere. Lo scontro, infatti, non è avvenuto su scelte compiute per risolvere i problemi del Paese. Sono mesi ormai che i temi che interessano i cittadini sono passati in secondo piano. La decisione della Meloni è stata quella di dare la precedenza al sistema politico rispetto alla società con lo scopo di affermare la visione gerarchica delle istituzioni e della società che appartiene alla destra.  Il  rafforzamento del proprio potere è funzionale a questa strategia . Ricordiamo che il referendum sulla giustizia ha evitato di porre la magistratura sotto l’influenza della politica per sottrarre il governo ad ogni controllo di legittimità. Gli eletti dal popolo possono essere giudicati solo dal popolo secondo la destra. Con la legge elettorale, invece, la Meloni tenta di introdurre un premierato di fatto, dando a lei e alla sua maggioranza la capacità di eleggere da sola il Presidente della Repubblica e i giudici costituzionali. I due punti più importanti sono l’abolizione dei collegi uninominali, visto che secondo i sondaggi la destra potrebbe perderli quasi tutti al sud. L’altro elemento è di introdurre un premio di maggioranza che moltiplica i seggi per il vincitore, 70 seggi in più alla Camera e 35 al Senato. Formalmente si vuole rafforzare la stabilità, ma in questo modo la Meloni avrebbe carta bianca in caso di vittoria.

Il potere come volontà di potenza 

 La sconfitta alla Camera però ha nuovamente danneggiato l’immagine vincente della leader e posto un ostacolo alla sua azione. Inoltre ha reso più evidente la natura del suo potere. Per spiegarlo dobbiamo ricorrere all’insegnamento di Weber. Il grande sociologo, infatti, ha fornito una definizione articolata del potere. Per la Meloni, infatti, si potrebbe parlare, seguendo Weber, di potenza o di volontà di potenza: vale a dire un potere che si afferma con ogni mezzo, senza nessuna considerazione per le valutazioni degli altri (i suoi alleati e l’opposizione), scavalcando ogni resistenza. In effetti la Meloni ha tentato di imporre alla sua maggioranza e al Parlamento il suo disegno sulle finte preferenze con un atto di forza Per questa via la volontà di potenza può raffigurarsi come un sopruso. È forse questa la ragione per cui  si diffonde l’idea di una arroganza della premier. Ma c’è un secondo effetto da tenere presente: un potere ha comunque bisogno di legittimazione. Il potere se vuole che i cittadini rispettino l’obbligazione, e che questa duri nel tempo, ha necessità che le persone la ritengano giusta. Lo ha spiegato nel 1762 Rousseau:”Il più forte non sarebbe mai abbastanza forte per essere sempre il padrone, se non trasformasse la sua forza in diritto e l’obbedienza in dovere” ha scritto ne Il contratto sociale. Il richiamo alla necessità del riconoscimento sociale del potere, evoca il concetto di autorità, come potere collettivamente accettato.

Il potere senza autorità della premier

 La disposizione a seguire le direttive da parte dei cittadini è fondata sulla credenza della sua legittimità. L’autorità implica un giudizio positivo sui contenuti, sulla fonte, sulla modalità del potere. Prima il Paese con il referendum, poi il Parlamento, invece hanno messo in dubbio proprio l’autorevolezza del comando della premier. E un potere legittimo (che gode del consenso) si basa sul riconoscimento dell’autorità di comando. Ma adesso il suo appare sempre più un potere senza autorità. Ha la forza coercitiva, ma la legittimazione si riduce. Le forzature continue la stanno indebolendo. Lasciano la premier alla solitudine del Palazzo. E mostrano una crisi nascente della premiership. È come se le cronache politiche ci avvertissero che la vera nemica della Meloni è lei stessa: la sconfitta è maturata per una ribellione nelle file dei suoi deputati. Questo ripiegamento del potere su se stesso, sulle proprie inderogabili esigenze, finisce per nascondere i problemi reali che il Paese potrebbe presto dovere affrontare. Le due guerre, in Ucraina e in Oriente, potrebbero far risalire l’inflazione, assestando un altro colpo al potere d’acquisto dei salari oltre che infliggere una tassa ai consumatori. Poi il nuovo presidente della Fed, Kevin Warsh, ha annunciato al congresso americano pochi giorni fa che intende agire contro l’inflazione con politiche restrittive e tassi più alti (smentendo Trump). Questo vuol dire che tutti i debiti pubblici, compreso quello dell’Italia, potrebbero costare di più. Ci vorranno probabilmente altri miliardi da destinare a ripagare gli interessi, mentre l’economia italiana segna una crescita stentata. In questo quadro, la priorità degli italiani sono la legge elettorale o prima la giustizia? È difficile crederlo. Ma la Meloni non ha esitato a ricorrere a una nuova legge elettorale per rafforzare il potere di controllo sulle istituzioni e sulla società. Un potere che gode sempre meno di autorità. 



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