La mossa di Conte sull’Ucraina in genere è interpretata partendo dal presupposto che si tratti di un tema politico strategico rispetto al quale il centrosinistra non può non prendere posizione. Le cose stanno davvero così? In realtà al centro dell’attenzione non c’è il tema: al posto dell’Ucraina potrebbe esserci un’altra questione. A dominare il campo è la figura del leader. Se si osserva bene la dinamica degli eventi, Conte ha scelto un tema e lo ha utilizzato per riuscire a dirigere a suo vantaggio il flusso comunicativo di giornali, tv e social, per legittimare se stesso e per produrre consenso sempre per se stesso. La mossa è partita dall’Ucraina, perché la Schlein ha rilasciato un’intervista in cui ha fornito risposte più chiare rispetto alla guerra. Conte ha capito che l’uscita dall’ambiguità della segretaria del Pd gli offriva uno spazio di manovra, perché scontentava il pacifismo di ampi settori progressisti. E ha colto l’occasione per marcare la differenza . L’effetto annuncio sull’Ucraina doveva colpire il pubblico progressista e catturare l’attenzione dei media. E così è stato. La spettacolarità della mossa, infatti, ha sollevato un’eco mediatica, ha favorito la personalizzazione su Conte ed esercitato un imprinting sulla memoria degli elettori. Fare notizia è un modo di governare, Conte sembra seguire questa logica. Nella competizione all’interno del centrosinistra, il leader del M5S è condizionato dallo stato del suo partito, che pare bloccato: i sondaggi lo inchiodano a un 12-13 per cento, le elezioni amministrative hanno restituito risultati deludenti e se il M5S ha eletto dei vertici amministrativi è stato per il sostegno degli alleati e soprattutto del Pd. Con un partito in queste condizioni non si scala facilmente il potere. Inoltre, alla sua sinistra è spuntata una sfida: Grillo gli ha dichiarato guerra e Di Battista potrebbe essere il suo prossimo concorrente. Se anche gli sottraessero pochi voti, indebolirebbero un partito già sostanzialmente fermo. In questo quadro, le primarie diventano per Conte lo strumento per cercare di tirarsi fuori dalla stagnazione di consensi e per anticipare la concorrenza di Di Battista. Presentandosi come leader naturale della coalizione, riaffermando la sua intransigenza pacifista e neutrale, rafforzerebbe anche la sua presa sul partito. Oggi il M5S sembra collocato su un’identità più di sinistra anche del Pd. Conte si candida a essere il custode della ortodossia interna e insieme si offre come riferimento di un’area trasversale progressista, che condivide le sue interpretazioni della guerra. La mossa sull’Ucraina, dunque, approfitta della scarsa incisività del vertice del Pd per avanzare la questione della leadership e consolidare la sua figura tra i grillini. Se questa lettura è corretta, la centralità non è del tema (l’Ucraina), ma del ruolo guida della coalizione. Conte calcola che la Schlein rappresenti una leadership meno coinvolgente e pensa di poterla battere, intestandosi il ruolo di leader dei pacifisti. È una mossa che punta ad intercettare le attese, dentro e fuori il M5S, che formano il clima di opinione. Nello stesso tempo, Conte pone se stesso come il vero oggetto delle primarie, cioè della contesa politica. La questione in gioco è lui. È il leader che corre per se stesso, che punta a differenziarsi continuamente, e che diventa la vera posta in palio. Imita la strategia comunicativa di Berlusconi, che in più campagne elettorali vinse, perché riuscì a focalizzare la competizione sulla propria immagine. La conferma è arrivata dalla indagine parlamentare sul Covid. Conte avrebbe dovuto essere da accusato sul banco degli imputati, invece è diventato l’accusatore, depositando in Procura un documento che imbarazza FdI. L’ex-premier, vestendo i panni di leader in pectore del centrosinistra, ha chiamato in causa la Meloni e l’ha sfidata a un confronto politico tra i campioni delle due opposte coalizioni. Così Conte assume un profilo da leader ideologico e polarizzante, che però distorce il significato delle primarie. Il voto delle primarie dovrebbe essere rivolto all’esterno della coalizione per scegliere la figura più adatta a convincere gli altri elettori, che non si identificano pienamente con il centrosinistra. Nella versione di Conte invece le primarie restano una mobilitazione interna di militanti e elettori già persuasi. Non risolvono un conflitto che coinvolge temi e valori dell’area progressista per ottenere il consenso di altri. Lo scontro fondamentale è sulla leadership. Le primarie devono decidere chi decide. La competizione riguarda chi guida la coalizione. Ma non è detto che sia un bene per il centrosinistra.
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