Per interpretare il referendum in Islanda con la vittoria del No, forse è utile leggere il voto attraverso la frattura centro-periferia elaborata dallo studioso Stein Rokkan, ma nella ridefinizione proposta dal professore Almagisti nel suo recente libro “La democrazia in Italia”. Il voto islandese, infatti, mostra un conflitto tra la capitale e i sobborghi metropolitani, dove ha vinto il sì, e le zone rurali dell’agricoltura o le periferie della pesca, principale economia dell’isola, dove ha prevalso il no. L’isola sembra percorsa da una linea di divisione tra l’area metropolitana, più benestante e istruita favorevole all’Europa, e la periferia meno ricca e meno istruita (anche se il Paese sembra avere un discreto livello culturale medio). In realtà il voto segna la vittoria dei “signori della pesca”, gli imprenditori che rappresentano le imprese più grandi del settore, che appoggiano la destra, e che non volevano rinunciare ai loro privilegi. Lo stesso meccanismo ha funzionato nell’agricoltura. Si potrebbe sostenere che i grandi interessi hanno prevalso su un progetto politico di più ampio respiro. Ma la questione sembra più complessa: perché tanti cittadini che spesso lavorano in questi settori hanno appoggiato gli interessi dei loro ricchi datori di lavoro? Perché immaginavano di trarne un vantaggio indiretto? È possibile, ma il dubbio è che i grandi interessi siano riusciti a mobilitare timori sedimentati nei cittadini. I signori del mare sono riusciti a riallineare la società attorno a questa frattura.
In genere nel conflitto centro-periferia, la periferia vota per ottenere un riconoscimento sociale, che ha conseguenze economiche. La periferia vota per non essere messa ai margini, per non restare un luogo che non conta e che si impoverisce. Il “sì” all’Europa poteva implicare l’adozione di regole nuove per la pesca e l’agricoltura, che molti temevano. Ma avrebbe offerto all’Islanda una stabilizzazione dell’economia, una difesa contro gli alti interessi bancari e contro l’inflazione elevata, una maggiore sicurezza. L’Europa per l’Islanda, una piccola comunità (meno di 500mila abitanti) avrebbe potuto significare l’inclusione di una periferia nel centro. Perché allora il no? La risposta potrebbe essere che gli islandesi hanno votato per rimanere periferia. Per loro il centro non significa essere inclusi in un’area vincente della globalizzazione, ma perdere il loro status con i suoi benefici. Per la maggioranza rimanere periferia significa essere vincenti. Non il contrario.
Per capire questa inversione di prospettiva occorre rileggere il conflitto centro-periferia secondo la proposta del professore Almagisti, che l’ha rinominata frattura interno/esterno o in/out. Il centro Europa è il luogo che decide e irradia valori, immaginario, finanza, tecnologia, ricerca. Nello scenario della globalizzazione chi è interno al processo se ne avvantaggia, chi è esterno è escluso. Ma agli occhi di tanti islandesi, l’Europa trasmette la centralità tecnocratica del terziario avanzato (una dimensione estranea all’Islanda), non dell’industria tradizionale, con la sua cultura cosmopolita, i suoi stili di vita, la sua concezione della famiglia, le sue gerarchie. Il mondo della pesca e quello agricolo non hanno visto vantaggi, che superavano gli accordi in vigore con l’Europa. Hanno visto svantaggi. Del resto la frattura centro-periferia non struttura la società, come avvenne secondo Rokkan per gli Stati moderni, ma oggi al contrario la destruttura. Tra gli islandesi che hanno votato no sembra essersi diffusa la percezione che il loro senso di appartenenza, il loro stile di vita, i loro valori fossero in pericolo. Che far parte di un altro mondo avrebbe cambiato la loro esistenza come la conoscevano. Il voto, quindi, sembra mostrare una connessione tra interessi e identità. È scattato un contraccolpo culturale, con la difesa dello statu quo e il rifiuto del cambiamento a cui il nazionalismo economico offre una giustificazione. Uno statu quo in cui i ricchi imprenditori della pesca conservano i loro privilegi. Ma si tratta di un controllo vicino, di chi si conosce da sempre, non quello lontano e anonimo di Bruxelles. Il punto è che il fronte del no ha saputo tematizzare il senso di perdita di controllo e di identità nel voto per l’Europa. Non a caso la destra islandese si prepara per le politiche e spera di vincerle.
Il messaggio degli islandesi sembra così avere un duplice significato e riflette la polarizzazione della società occidentale. All’Europa sembra dire che non è sufficiente l’immagine di un centro tecnocratico, ma deve essere attrattivo per gli elettori. Deve coinvolgere passioni e speranze senza suscitare la paura di non avere il controllo sulla propria vita. Le sfide globali oggi si devono affrontare tematizzando le ansie, le attese, le domande dei cittadini. Occorre dimostrare che le élite al governo sanno rispondere ai bisogni delle persone. Alle forze progressiste il voto consegna un monito: occorre una narrazione che comprenda la domanda di protezione, di riconoscimento sociale, il bisogno di appartenenza delle persone e non solo le loro esigenze economiche. Si deve restituire ai cittadini il controllo sul proprio futuro. Il nazionalismo economico offre una risposta. Al centro della frattura fondamentale della società moderna c’è una rivendicazione della propria dignità. Anche quella di rimanere periferia.
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