Di Questi Tempi

Politica società e digitale di Sergio Baraldi


La Meloni e il conflitto securitario

La linea di conflitto delle prossime elezioni politiche probabilmente avrà al centro la sicurezza. La protesta sociale, guidata dai giovani, seguita dai sindacati, dagli autotrasportatori, agricoltori, è stata subito avvertita dalla premier come un rischio: la fine della legislatura potrebbe essere suggellata da uno scontento diffuso, che certificherebbe il fallimento di un governo che ha puntato sulla narrazione di un Paese in cui tutto procede per il meglio. La premier ha reagito all’incertezza che si stava diffondendo attraverso un uso strategico della sicurezza: le proteste sono state drammatizzate, trasformate in una questione di ordine pubblico. I giovani sono stati descritti come violenti. L’emergenza è stata amplificata e trasformata in una risorsa competitiva per affrontare le elezioni. Alla protesta sociale la Meloni ha risposto con una svolta securitaria.

Il processo di securitizzazione consiste nel presentare un problema come una minaccia esistenziale per la stabilità del sistema. Una tale minaccia giustifica il trattamento come questione di ordine pubblico e soprattutto il ricorso a misure straordinarie. È nato così l’ottavo decreto sicurezza in quattro anni. Un clima di assedio enfatizzato dal governo ha generato il tentativo di attribuire all’esercito poteri di polizia, tentativo bloccato dal presidente Mattarella. La difficoltà di gestire la mobilitazione ha provocato anche un attacco della Meloni alla magistratura, quando Youssef Siher, indicato come la “mente” delle violenze, è stato scarcerato dal giudice per mancanza di prove.

La Meloni ha compiuto la mossa securtaria, ma l’opposizione ancora non sembra rispondere con una contromossa adeguata. Perché? Forse il campo progressista fatica a discutere di sicurezza senza focalizzare le condizioni di disagio sociale che alimentano la protesta. L’opposizione tende a leggere la sicurezza attraverso le lenti delle diseguaglianze e delle ingiustizie in un’interpretazione a una dimensione, quella economica, degli eventi.Gli studiosi direbbero che privilegia il lato della domanda all’offerta. È comprensibile ricordare le motivazioni della contestazione. Ma così la sfida sociale considera solo un lato del problema. L’opposizione stenta a riconoscere che la posta in gioco è cambiata, ha compiuto un salto di qualità. Non si tratta solo di ricollegarsi alla percezione di incertezza che attraversa la società, che domanda protezione, che vorrebbe essere rappresentata. L’insicurezza, intesa come ordine istituzionale e sociale esente da pericoli, ha una forza legittimante che può comportare la decisione di superare le regole e di adottare misure eccezionali all’interno dei processi politici. È quello che in questi anni ha tentato più volte il governo con otto decreti sicurezza, che hanno imposto nuovi reati, limitato diritti, rafforzato i poteri di polizia con scarsi risultati. La sicurezza è connessa al possibile slittamento verso lo Stato d’eccezione. Compare il rischio di uscire dalla normalità politica, evocando uno Stato autoritario. Se finora non si è superato quel confine, lo si deve alla vigilanza del presidente Mattarella.  La posta in gioco alle prossime elezioni, infatti, non riguarda solo la scelta del governo, ma anche quella del prossimo presidente della Repubblica, custode delle garanzie costituzionali. L’obiettivo strategico dell’esecutivo sembra una torsione in senso securitario dell’ordine democratico.

La forza legittimante della sicurezza deriva dal fatto che stabilisce l’ordine delle priorità e così plasma la vita nazionale. Una prova del suo potere l’ abbiamo sperimentata con il Covid, quando la tutela della salute pubblica giunse a “chiudere” il Paese.  Le proteste per il carovita, per la carenza di abitazioni, le ansie dei giovani per il futuro, non rappresentano un pericolo assimilabile a una epidemia mortale. È una normale dialettica democratica. Ma non c’è priorità più urgente per uno Stato e per un governo della propria sopravvivenza. E la sicurezza ha la precedenza su tutto. Per questo può sottrarre alla politica ordinaria la decisione su un problema. È quindi necessario ridefinire la sicurezza, che non si riferisce più solo al significato militare o alla difesa dalle minacce esterne come in passato. Nella società contemporanea, hanno spiegato in professori Buzan, Weaver, de Wilde, in un importante libro, “Security: a new framework for analysis”, occorre ampliare l’agenda della sicurezza. I tre studiosi hanno fondato la scuola di Copenaghen, che ha rielaborato il tema. Per lo Stato oggi le minacce non riguardano solo il territorio o la sovranità, vale a dire il riconoscimento all’interno e all’esterno della sua autorità, ma concernono la sua legittimità, cioè avere il consenso e la credibilità che giustificano il suo potere. Per la società l’oggetto della sicurezza è l’identità. Una società può dirsi sicura quando la riproduzione sociale avviene senza ostacoli, vale a dire quando la società è in grado di mantenere i suoi tratti essenziali.

La sicurezza, quindi, più che un valore sembra uno strumento potente. Molto dipende dal significato che le viene assegnato. Può riguardare la sopravvivenza dello Stato come democrazia e stato di diritto. Per la società la sopravvivenza della sua identità può significare una società più giusta e inclusiva. Oppure nella lettura della destra può implicare l’idea dell’altro come nemico e quindi immaginare una società escludente, gerarchizzata, autoritaria anche se mostra un volto rassicurante. La sicurezza può essere protezione del bene comune oppure ordine del comando. La Meloni, come attore della securitizzazione, punta alla seconda fisionomia, che aspira al controllo del potere esecutivo sugli altri poteri autonomi dello Stato. Questa flessibilità del significato della sicurezza rivela che il concetto è il risultato di una costruzione sociale, che prima identifica le minacce, poi tenta di risolverle saltando procedure e pratiche normali della politica. Ma per raggiungere l’ obiettivo, secondo la scuola di Copenaghen, la securitizzazione ha bisogno del consenso dell’opinione pubblica. E per questo serve una narrazione che presenti il problema come rischio esistenziale e un’elezione che dia all’attore securitizzante il potere per imporre la svolta. La narrazione della Meloni è già allineata all’obiettivo: la premier divide il Paese in due, le persone perbene e quelle che non lo sono, secondo la logica populista noi-contro-loro. E per difendere le persone perbene occorre uno Stato penale: si dichiara un nemico, si organizza la sorveglianza, vengono mappati i pericoli. In questo quadro, il governo ha il dovere di controllare il rischio per la sicurezza.  Youssef Siher, infatti, prima è stato dichiarato nemico pubblico, poi dopo la scarcerazione è diventato un “immigrato” (è italiano di seconda generazione) ingrato verso l’Italia. Comunque un colpevole morale. La minaccia esistenziale , quindi, non deve essere oggettiva, deve essere creduta, condivisa, accettata dall’audience. È una minaccia soggettiva, che richiede un processo argomentativo, che miri alla persuasione dell’opinione pubblica. La sicurezza è costruita con il discorso, immagini, provvedimenti di polizia preventiva. È la svolta della destra al governo, che suscita un clima di intimidazione. Per questo la sfida della campagna elettorale sarà imperniata non solo sulle delicate condizioni economiche, ma sulla torsione autoritaria dello Stato.



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