Le proteste violente di Milano e di altre città da parte di giovani e giovanissimi, i blocchi stradali degli autotrasportatori che stanno svuotando gli scaffali di supermercati e negozi, hanno posto al centro dell’attenzione la crisi dell’ordine pubblico. Il governo di destra è stato colto di sorpresa: sono scesi in piazza movimenti sociali che non aveva previsto e che non sembra avere capito. La crisi dell’ordine pubblico frantuma la narrazione della premier di un Paese in cui tutto va nel migliore dei modi. Ma sarebbe un errore non prestare attenzione a come la Meloni sta reagendo. E all’uso strategico dell’incertezza che mette in campo. L’azione della premier può aiutarci a interpretare con maggiore chiarezza come la destra al governo si prepara a muoversi nella campagna elettorale iniziata in anticipo. Nelle democrazie la gestione dell’incertezza è fondamentale, la sinistra spesso la sottovaluta. Tutta l’azione politica si può leggere come un tentativo costante di riduzione dell’incertezza e della insicurezza, generate dallo scambio politico e sociale. Le istituzioni puntano a ottenere quella che gli studiosi definiscono una “conformità” garantita dei governati, vale a dire una stabilizzazione dei comportamenti dei cittadini secondo le norme che il governo ha stabilito, in cui ci sia una chiara relazione di potere. Ma anche i cittadini e i gruppi sociali aspirano ad una prevedibilità delle loro interazioni per potere contare su un godimento sicuro dei loro beni e delle loro risorse. L’incertezza e l’insicurezza producono effetti negativi sul sistema politico. Ne soffrono in particolare le democrazie, nelle quali le cariche pubbliche elettive sono provvisorie. Ma l’incertezza può anche diventare una risorsa funzionale al governo.
Entrati ormai nell’anno elettorale, dobbiamo guardare all’incertezza come a un elemento fondamentale nella prospettiva della lotta per il potere. E l’utilizzazione dell’incertezza può rivelarsi uno strumento strategico per mantenere o conquistare il governo. A parti invertite, un tentativo in questo senso tenta di compierlo anche l’opposizione. Il governo è stato colto di sorpresa dalla crisi dell’ordine pubblico causato dai due fenomeni diversi: la protesta dei giovani e quella degli autotrasportatori, che si sono connessi a problemi sociali molto sentiti dai cittadini come il caro vita e le difficoltà crescenti per gli studenti e per il loro futuro. All’inizio la Meloni ha tentato la manovra consueta di scaricare ogni colpa sugli altri, la sinistra e l’opposizione accusate di non condannare con nettezza le violenze. Una risposta debole di fronte alle immagini drammatiche di ragazzini affrontati dalla polizia. Poi la Meloni ha cambiato tattica, consapevole che tante famiglie sono preoccupate per quello che possono fare i loro ragazzi se sfuggono al controllo. Ed è scattata una strategia diversa: quella di servirsi della emergenza per consolidare la propria fonte di potere. È arrivato così il settimo decreto sicurezza, il tentativo, bloccato dal presidente Mattarella, di dare all’esercito poteri di polizia, l’invio di 500 soldati a Milano e una raffica di dichiarazioni contro la violenza dei manifestanti. La Meloni ha dirottato la sua azione sull’uso dell’emergenza e dell’incertezza per rafforzare il processo di securitizzazione che la destra cerca di alimentare da tempo. Del resto 7 decreti sicurezza in quattro anni sono tanti, mentre sembrano scarsi i risultati che hanno prodotto. Ma il processo di securitizzazione non si limita all’ ordine pubblico, che chiama in causa l’incolumità dei cittadini messa in pericolo dalla poco efficiente gestione del governo. La Meloni è ricorsa anche a una retorica sul piano simbolico.
Il primo intervento è stato quello di cercare di presentarsi all’opinione pubblica come una madre severa ma preoccupata. Colpire dei dodicenni significa inquietare le famiglie, trasformare dei ragazzini in rei già adulti, eliminare garanzie, una scelta che rischia di ritorcersi contro il governo. I genitori non condividono gli errori (gravi) dei figli, ma forse diffidano dall’eccesso di autodifesa dello Stato. La premier sembra essersene resa conto e ha tentato di attenuare l’impatto psicologico delle sue dure misure, presentando il volto preoccupato di madre come le altre, che cerca una soluzione-punizione. La seconda operazione è consistita nel ricollegarsi alla sua proclamata conservazione dell’identità nazionale, altro tema poco considerato dall’opposizione. La premier cioè ha rilanciato una linea già utilizzata sugli immigrati, cioè accreditarsi come sostenitrice di chi teme di perdere valori, consuetudini tradizionali, la propria cultura e stile di vita per l’avanzare di cambiamenti sociali e culturali che sono presentati come minacciosi, manipolatori. E di cui i nostri figli possono essere le vittime. La securitizzazione è funzionale a descrivere un futuro colmo di incognite, di minacce contro il quale la leader di FdI delinea un’offerta politica che vuole essere rassicurante, all’insegna della protezione. La crisi dell’ordine pubblico così avverte che le risorse materiali, economiche sono importanti, ma sarebbe un errore sottovalutare il valore motivazionale, strumentale delle risorse simboliche e dell’identità. Il “chi siamo” e il “cosa dobbiamo fare” si confermeranno fattori decisivi nelle prossime elezioni. L’opposizione non dovrebbe limitarsi a criticare la condotta della leader di FdI, dovrebbe avanzare al Paese una sua proposta per tutelare l’ordine democratico e per sostenere i giovani e le loro ansie per il domani. Per rispondere alle domande di senso dei cittadini disorientati.
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