A Genova all’inaugurazione del Salone Nautico è accaduto un fatto insolito: la destra ha consacrato una leader del campo progressista. Si è trattato della conseguenza inattesa di una sequenza di errori comunicativi, di stile, politici della destra, il cui risultato è stato quello di rendere visibile una giovane campionessa dello sport nazionale, diventata sindaco della sua città, già conosciuta, che ha dimostrato di avere la statura per essere una leader nazionale del campo progressista. E che è pronta per il futuro. La Salis, infatti, ha dimostrato non tanto di avere prevalso sul piano della comunicazione e dello stile, ma di aver rappresentato una leadership democratica, opposta a quella individualista, autoreferenziale della destra. È questo aspetto che occorre mettere in evidenza. E che interpella anche il centrosinistra, che spesso sottovaluta il ruolo della leadership nella società mediatizzata.
All’inaugurazione del Salone Nautico è tradizione da 65 anni che il sindaco di Genova tagli il nastro. Quest’anno per la prima volta sul palco c’erano solo il presidente della Regione Bucci e la premier Meloni, entrambi di destra. La sindaca di Genova, progressista, è stata esclusa. La padrona di casa, che rappresenta la città anche quella che non l’ha votata, non è stata invitata. Il primo errore della destra è di avere costruito una notizia attorno alla Salis. La notizia è il risultato di un processo di selezione e costruzione secondo alcuni requisiti di un evento. Ma si tratta di un evento che rompe gli schemi consueti con cui leggiamo la realtà, che introduce l’imprevisto, l’inatteso, che devia dalla normalità quotidiana, in cui prevale il criterio della negatività. La Salis che taglia il nastro corrisponde alla aspettative, dopo 65 anni quasi non è una notizia. La Salis che viene esclusa per motivi politici assume un’improvvisa salienza e diventa notizia. La destra vi ha aggiunto un errore di stile: lo sgarbo istituzionale. La Meloni ha sostenuto più tardi di essere rimasta sorpresa dall’esclusione, ma non ha chiamato la Salis sul palco accanto a lei per riparare all’errore. Le ha poi telefonato da Palazzo Chigi. Risultato: la notizia è stata rilanciata ed enfatizzata proprio dal mancato incontro-confronto tra la Salis e la Meloni. Le notizie funzionano: la Salis esclusa è finita sui giornali, sui siti di informazione, sui social, sulle tv. La Salis ha risposto con un sorriso davanti a telecamere e microfoni: “Se l’obiettivo era togliermi l’attenzione, non credo sia stato raggiunto”.
Ma non era solo una competizione per l’attenzione pubblica. L’esclusione sembrava puntare a due obiettivi politici: ridimensionare lo status istituzionale della sindaca, che ha sconfitto la destra nelle urne. Inoltre rendere visibile una redistribuzione del potere, che penalizzasse la sindaca. Il messaggio implicito del palco era: chi conta siamo noi. Ma è qui che Silvia Salis ha dimostrato di avere le qualità della leader. E non lo ha dimostrato solo a una destra maldestra, troppo presa di sé. Lo ha indicato anche al centrosinistra, che non riconosce la rilevanza del leader oggi. Per capirlo occorre ricordare la sua reazione pochi minuti dopo:“Non voglio fare polemica. Vorrei solo ricordare che noi siamo in prestito alle istituzioni, le istituzioni non sono ‘nostre’. Gli incarichi che abbiamo li serviamo, non servono a noi. Noi rappresentiamo le istituzioni per le quali siamo stati votati. Ma devo dire che se l’obiettivo, come si vocifera, era quello di togliermi l’attenzione non credo sia stato raggiunto”. Sono parole che fanno risaltare la differenza con una leadership individuale, in cui il leader è ritenuto una persona con doti personali eccezionali, dotata di carisma, che esercita un ascendente sugli altri. Un’ idea del leader diffusa, fatta propria dalla destra politica. È il modello che la Meloni cerca di impersonare e che i giornali di destra tentano di cucirle addosso. In apparenza sembra la classica descrizione della leadership di Weber, che però è stata male interpretata. Weber chiarisce riguardo al carisma che “ciò che importa è soltanto come essa è effettivamente valutata dai seguaci”. Il carisma, quindi, non è la virtù assoluta di un individuo, ma si manifesta nella relazione con i cittadini e il gruppo sociale in un certo tempo. Il carisma è “negli occhi di chi guarda”. Ma la versione democratica del leader, rappresentata dalla Salis, è diversa: è convincere le persone a mettere da parte i propri scopi particolari, per lavorare in vista di uno scopo che ci oltrepassa, il bene comune. È la via che già la dichiarazione indica anche agli eletti di destra: le istituzioni non appartengono a chi le rappresenta, ma ai cittadini, chi viene eletto deve “servirli”. La leadership democratica non è incentrata su un individuo, è espressa da un processo collaborativo, collettivo. Chi guida è colui che indica un obiettivo, un valore comune, per cui tutti sono chiamati a lavorare con sacrificio. Per primo il leader.
In questa vicenda la Salis, con le parole e il comportamento, mette in pratica le regole di quella che dovrebbe essere una leadership democratica. Innanzi tutto, mostra di essere “una di noi”, di essere simile ai cittadini che l’hanno votata, che le hanno concesso fiducia. È un elemento fondamentale per un leader: essere riconosciuto come simile a chi lo elegge. Nello stesso tempo non applica il modello del leader-follower: il leader comanda, gli altri seguono passivamente, ma in questa relazione verticale il leader di fatto si fa portavoce del sentire comune, si adegua all’esistente. Al contrario il leader democratico, il modello leader-leader, è consapevole che tutti possono essere leader ed è meglio se tutti lo sono, perché si contribuisce alla crescita della società. Il leader democratico rappresenta il “noi”, ma si adopera per costruire un consenso consapevole e per ridefinire i confini del “noi”, per includere altre persone o gruppi sociali che prima erano considerate esterne. La leadership democratica, quindi, favorisce una trasformazione dell’identità sociale, dello stesso senso di appartenenza. Ma una seconda caratteristica del leader è che lavora per tutti non per se stesso. E che rischia per gli altri. L’insistenza immediata della Salis sul “servire” la comunità ha questo significato: gli eletti sono chiamati a lavorare per l’interesse dei cittadini. E solo se i cittadini hanno questa percezione fanno propria la visione del leader. È questa la promessa di chi si candida ad un incarico di responsabilità: mettere il bene collettivo al primo posto, anche davanti a quello personale di chi è eletto. Il valore di un leader è nel tenere fede alla promessa. Le ambizioni personali sono lecite, ma il patto sociale che si genera attribuendo un ruolo di guida è di mettere al centro il bene della comunità. La sindaca, rimarcando il dovere morale di servire le istituzioni e i cittadini, ha mostrato rispetto per gli elettori e onorato la promessa. La leadership delineata dalla sua risposta contiene impegno, sacrificio, rispetto: mettere gli altri al primo posto. La Salis delinea così un modello di leadership diverso da quello verticistico, della Meloni. È un modello più orizzontale che investe sull’organizzazione, su un miglioramento non legato alla persona, che fa crescere la squadra e ciascun membro, che assicura partecipazione, coinvolgimento. È una leadership empatica, capace di accogliere nell’immaginazione la vita delle persone che intende guidare. Il duello tra la Salis e la Meloni, dunque, in realtà si è svolto. È stato un confronto sulla leadership. E non l’ha vinto la presidente del consiglio.
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