Di Questi Tempi

Politica società e digitale di Sergio Baraldi


Almagisti e la matita di Rokkan

La democrazia si sta trasformando. Affronta minacce e sfide, che non sono facili da neutralizzare. Per questo forse occorre tornare ai fondamenti del sistema politico e, seguendo gli insegnamenti della migliore scienza politica internazionale, individuare nuove categorie di analisi, che consentano di comprenderne le trasformazioni e di tutelare la democrazia dai rischi che incombono. Sembra questo lo scopo, non dichiarato ma esplicito, del libro del professore Marco Almagisti, docente all’università di Padova, pubblicato presso Carocci: “La democrazia in Italia. Storia e geografia di un sistema politico”. Un libro profondo, curatissimo, che adotta uno sguardo storico per meglio focalizzare i cambiamenti cui la democrazia è stata sottoposta nei decenni. Alla profondità storica, il professore unisce l’ampiezza della geografia dei fenomeni, per fare in modo che la teoria della politica e delle forme di governo possa interagire con la realtà territoriale e valutarne differenze, ricorrenze, divari di luoghi e culture. Sotto le insegne di spazio e tempo, il libro  di Almagisti si candida ad essere uno dei più importanti libri di scienza politica degli ultimi tempi. 

 Per seguire il complesso percorso del professore, forse occorre partire da due osservazioni di fondo. La prima è quella di un importante studioso, Colin Crouch, che in un libro di più di 20 anni fa, ha spiegato che le democrazie stavano diventando postdemocrazie. Crouch vedeva le democrazie sottoposte a una deriva, in cui la centralità dei cittadini perde rilevanza a favore di una torsione decisionista, in cui governi, istituzioni sovranazionali, tecnocrati, lobbies, burocrazie assumono potere, mentre gli stati nazionali si indeboliscono. L’altra questione è che in una fase storica dominata dall’incertezza, da mutamenti accelerati, per i governanti è difficile compiere scelte che rispondano alle domande sociali, come ha spiegato un altro importante studioso, Peter Mair. In questo quadro sono sorti il populismo e la protesta contro l’establishment, che stanno scuotendo le democrazie rappresentative in uno scenario di crisi economiche, mutamenti culturali, guerre diffuse. La difficoltà per le élite di rispondere e di rendere conto agli elettori, che li hanno votati sulla base delle promesse fatte durante campagne elettorali drammatizzate, aggrava una crescente polarizzazione della società. Inoltre emerge una cesura tra voto urbano e voto delle periferie, decisiva nelle elezioni. In questo complesso scenario globale, il libro del professore Almagisti avanza una chiave di lettura di grande interesse. 

 Per quanto vasto, il nucleo del libro consiste in un confronto serrato con lo studio delle linee di frattura della società di Stein Rokkan, considerato uno dei capitoli fondamentali della scienza politica internazionale. Negli anni Sessanta, Rokkan esaminò alcuni processi storici secolari per far emergere le grandi linee di conflitto che hanno prodotto la società moderna e la democrazia. Almagisti sembra avere insieme uno sguardo deferente verso il grande studioso norvegese, considera preziosa la sua eredità, ma avverte la necessità di aggiornane la decodifica dei conflitti e oltrepassarne le conclusioni. Il problema che Almagisti solleva, infatti, è che a seguito delle trasformazioni sconvolgenti degli ultimi decenni, le categorie interpretative elaborate da Rokkan, e le domande che si poneva, vanno riesaminate e ridefinite. Mentre Almagisti parla nel libro di cultura politica, di capitale sociale, mentre attraversa gli anni della costruzione dello Stato e della nazione italiani o analizza le diverse subculture e preferenze politiche (quella di sinistra in Toscana e quella di destra in Veneto), in realtà mantiene fisso lo sguardo su questo tema. Perché? Una risposta possibile è che secondo il professore le forze politiche oggi non riescono più, come al tempo dei partiti di massa del Novecento, a incorporare le nuove linee di conflitto che plasmano la società nella rappresentanza di classi e settori sociali. La crisi dei partiti sembra scaturire proprio da questo stallo, da un cortocircuito interno alla rappresentanza, che aiuta a capire anche le analisi di studiosi come Crouch e Mair. Le fratture indicate da Rokkan, la sua mappa dei movimenti tellurici sociali che hanno originato la società moderna, deve essere ridisegnata. Occorre apprendere dal maestro per proseguire il suo lavoro su una nuova, più complessa realtà. Tutto il libro di Almagisti ruota attorno a questo ambizioso compito teorico e andrebbe letto dalla fine verso l’inizio, dal capitolo in cui si propone di rileggere le linee di divisioni attraverso una nuova categoria: interno/esterno o in/out in cui la linea di conflitto è segnata da chi è vincente con la globalizzazione e chi invece risulta perdente. È il confine che separa chi è all’interno del processo, e se ne avvantaggia, da chi è esterno, e vive nei luoghi “che non contano”, nelle periferie. E reagisce con rabbia e paura. Il caso più indicativo forse riguarda una delle categorie indicate da Rokkan: il conflitto centro/periferia (le altre sono lavoro-capitale, città-campagna, stato-chiesa). Almagisti spiega che apparentemente sembra esserci un ritorno della frattura individuata da Rokkan, ma le cose non sono così semplici. E al professore non piacciono le letture troppo facili. Lo studioso norvegese aveva elaborato quella interpretazione come conseguenza della rivoluzione industriale, che innescò un esodo dalle campagne verso le città. Avvenne un processo di urbanizzazione senza precedenti, mentre il sistema economico vedeva il passaggio della centralità dall’agricoltura all’industria. Come si vede, Rokkan illuminò un processo storico grandioso con una interpretazione altrettanto grandiosa. Almagisti ci avverte che questa lettura vale fino alla seconda metà del Novecento. Oggi le condizioni sono diverse, le domande cambiano. E deve cambiare anche l’analisi. Nella società contemporanea si assiste a un nuovo passaggio di centralità dall’industrializzazione alla terziarizzazione, in particolare al terziario avanzato, strettamente connesso alle nuove tecnologie e oggi all’IA. In questa prospettiva, lo scontro centro-periferia si rinnova, ma in modo completamente diverso, perché deve essere inserito nello scenario della globalizzazione. Rokkan vide sorgere gli Stati nazionali sulla frattura centro-periferia, ma oggi il panorama politico che abbiamo di fronte ha subito una metamorfosi. La frattura rokkaniana strutturava, la nuova linea di divisione interno/esterno del presente sembra destrutturare. Spiega Almagisti che oggi il centro, vale a dire il nucleo che produce valori, immaginario, finanza, tecnologia, ricerca, è un centro diffuso a livello internazionale.  Ha nelle metropoli globali (Milano è tra queste) i nodi della rete che li collega. Le metropoli globali interagiscono, si influenzano, creano e si scambiano culture e flussi economici. È contro questo centro, spesso abitato da ceti sociali progressisti e di sinistra, che valorizzano i diritti, le identità, cosmopolita, favorevole alla globalizzazione, che si scaglia la rivolta delle periferie. Quei ceti cosmopoliti sono i figli della rivoluzione silenziosa analizzata da Inglehart negli anni Settanta,  che  produsse l’affermarsi di valori post materialisti al posto di quelli materialisti dei primi decenni del dopoguerra. Il centro sono i differenti centri della società del benessere, del consumismo, dell’immaginario in cui sono diffusi stili di vita, concezioni della famiglia, orientamenti sessuali, che esprimono nuove sensibilità. Questi valori sono penetrati soprattutto nella cultura della sinistra e hanno causato non pochi mutamenti sociali. Ma come hanno spiegato in un libro i professori Inglehart e Norris, hanno anche attivato una reazione, un contraccolpo culturale da parte degli sconfitti della globalizzazione, che prima ancora di protestare per il proprio declino economico, reagiscono perché hanno paura che i propri valori tradizionali, i propri stili di vita, sono in pericolo e tramontano. Per i perdenti la posta in gioco è la sopravvivenza della loro esistenza come la conoscono o la conoscevano. Da questi pochi accenni, si comprende come la nuova mappa che Almagisti disegna con la matita di Rokkan finisce per mostrare una nuova frattura, che ci restituisce il conflitto moderno tra chi è incluso e chi è escluso da questi processi. Essa diventa così il concetto guida del libro. In questo modo il professore propone una nuova decodifica dell’origine delle diseguaglianze (economiche, sociali, territoriali) che assillano il mondo contemporaneo. Si comprende anche la ragione profonda della polarizzazione, sia ideologica sia affettiva, che agita e frantuma le società occidentali, e con essa anche sinistra e destra con le loro diverse fortune politiche. Il professore Almagisti spiega che il sistema politico democratico sembra riallinearsi attorno alla frattura fondamentale tra molteplici scosse. I leader e i partiti che sono più in grado di tematizzare questo conflitto, ne vengono compensati dal punto di vista elettorale. E più essi sono premiati più hanno interesse a rendere acuto e polarizzante il conflitto. E viceversa: più il conflitto è duro e polarizzante, più è compensato politicamente chi lo sa tematizzare. Assistiamo a una mobilitazione attorno a questa frattura sistemica, che in Italia conosce una esperienza importante, perché nel nostro paese in passato i partiti sono riusciti ad ancorare i conflitti sociali alla rappresentanza, ma ora che fluttuano nel vuoto, l’Italia anticipa crisi e mobilitazioni provvisorie che poi contagiano altre democrazie. Se si tiene ferma l’interpretazione di Almagisti, appare chiaro che la democrazia rappresentativa è sfidata dalla nuova frattura e dalle diseguaglianze che ne scaturiscono. I governanti sono sottoposti a una duplice pressione: dall’alto, dai centri globali di potere sovranazionali, e dal basso da una opinione pubblica critica, monitorante, rancorosa che spesso alimenta il populismo. La difficoltà dei governanti di fornire risposte alle aspettative dei governati suscita sfiducia. Usando la matita di Rokkan, Almagisti in “La democrazia in Italia” ha reso visibile il profilo nascosto dello scontento e del disorientamento della società.



Lascia un commento