Le elezioni amministrative non hanno l’importanza e il significato delle elezioni politiche. Ma hanno votato 6 milioni di elettori e forse un messaggio lo trasmettono: a Venezia, a Salerno, a Messina, a Enna, a Reggio Calabria, per ricordare le città maggiori che sono andate alle urne al primo turno, sembra emergere una nuova ondata di sfiducia verso i partiti. Gli elettori hanno dato risposte diverse, ma con un tratto comune: è riapparsa la democrazia negativa, come la definiscono gli studiosi, che consiste in una serie di scelte che hanno lo scopo di sanzionare i partiti o di opporre un’ interdizione a indicazioni che arrivano dall’alto del vertice politico. Questo declino del consenso sul ruolo dei partiti non è nuovo, ma sembrava essersi attenuato o in parte riassorbito dopo il terremoto elettorale del 2013 e 2018. In queste elezioni amministrative la richiesta dei cittadini di partecipare, forse di rivedere il meccanismo decisionale di un ceto politico percepito come autoreferenziale, lontano dalla vita quotidiana e dai bisogni della società, sembra ritornare.
Il referendum: attivazione della sfiducia organizzata
Il referendum sulla giustizia può probabilmente essere considerato l’arena in cui una parte maggioritaria dell’opinione pubblica si è auto-mobilitata per non fare passare il disegno della Meloni, che aveva l’obiettivo di rimaneggiare la Costituzione. Si può forse evocare il concetto di controdemocrazia elaborato dal professore Pierre Rosanvallon, in cui i cittadini mettono in atto una sfiducia organizzata, che diventa il complemento della legittimità elettorale. Con il referendum si sono visti i giovani mobilitarsi in nome della difesa della Costituzione. Più che condizionato dalle opposizioni, il voto per il No è sembrato un movimento di cittadini scesi in campo quasi in modo autonomo dai partiti a favore di un’idea. L’opinione pubblica ha utilizzato il potere di controllo e di sorveglianza sulle scelte della premier. Ha rigettato l’agenda del centrodestra sulla giustizia e ha imposto il proprio tema, la tutela della Costituzione, nel dibattito pubblico. Al momento del voto una larga maggioranza, che ha incluso settori significativi del centrodestra, ha fatto scattare l’interdizione verso il progetto governativo. In questo modo 15 milioni di No hanno costretto la premier a rendere conto delle sue forzature in Parlamento. Il referendum, quindi, non dovrebbe essere considerato rilevante perché una pluralità di ceti sociali, convergendo sul No, ha espresso un giudizio negativo sul centrodestra. Sarebbe illusorio attendersi che chi ha votato No poi voti automaticamente con l’opposizione. E il centrosinistra ha commesso questo errore di presunzione. Invece il referendum resta uno snodo aperto nel Paese, perché ha attivato un atteggiamento critico verso l’azione dei partiti, verso le forze di destra per la giustizia, ma che riguarda anche il centrosinistra. Un indizio in questo senso è la bocciatura della sinistra riformista che proponeva di votare Sì. Il referendum è stato vissuto come un metodo di espressione politica per impedire decisioni prese dalle élite al governo. Ha avanzato una domanda di partecipazione alla vita pubblica e non è da escludere che comunichi una critica al processo decisionale della classe politica, che esclude i cittadini. Il referendum ha mostrato non una crisi della democrazia, hanno scritto i professori Schadee Segatti Vezzoni, nel libro “L’apocalisse della democrazia italiana”, ma una crisi nella democrazia. Il referendum è stato una prova generale della sfiducia organizzata.
La percezione di essere “altro” dai partiti
Questo clima di opinione sembra riemerso nelle amministrative. I cittadini hanno utilizzato l’offerta dei partiti per rimodellarla come potevano. Le candidature sono state la leva per promuovere o porre veti alle scelte del ceto politico. Quasi ovunque al primo turno, gli elettori hanno premiato chi poteva esibire come merito di competenza quello di essere altro rispetto a chi governa il Paese o sta all’opposizione. Questa percezione si è rivelata spesso un vantaggio competitivo. A Venezia hanno eletto il giovane candidato del centrodestra, che viene dall’associazionismo cattolico, base del consenso di Zaia, votando la sua lista civica. E hanno ridimensionato i partiti della coalizione, fino a ridurre ai minimi termini Lega e Forza Italia, e punito Fratelli d’Italia. Il candidato del centrosinistra, dato per vincente, ma figura dell’apparato Pd, è stato staccato di molti punti. A Salerno e a Enna due personaggi notissimi sul territorio e probabilmente stimati, De Luca e Crisafulli, sono stati eletti al primo turno, nonostante entrambi non avessero il simbolo del Pd, partito in cui hanno militato. Non è da escludere che proprio la distanza esibita dal partito, abbia rafforzato la fiducia nei loro confronti. A Reggio Calabria dopo anni di governo del centrosinistra, ha prevalso un candidato di centrodestra, Cannizzaro, che archivia una amministrazione progressista forse considerata troppo attenta alle logiche di Palazzo. A Messina è stato riconfermato sindaco un candidato civico, Basile, sostenuto da un personaggio discusso come il populista De Luca, il cui lavoro è stato apprezzato, estraneo a destra e sinistra. Nel complesso il voto amministrativo non è stato negativo per il centrosinistra: nei capoluoghi al primo turno ha eletto 7 sindaci, mentre il centrodestra 3, vedremo i ballottaggi. Ma nelle città più grandi, nel gioco tra fattori di attrazione e fattori di repulsione, ha pesato il disincanto verso i partiti, ritenuti poco capaci di risolvere i problemi più sentiti dai cittadini. In molti luoghi sembra essere stata fondamentale l’immagine che gli elettori si sono fatti dei partiti in competizione. Possiamo azzardare che il cambiamento sia stato provocato da un disallineamento tra l’offerta del ceto politico e una domanda sociale in evoluzione. Forse si manifesta una crisi di autorità: è apparso in declino il consenso degli elettori all’esercizio dell’autorità di cui gli attori politici hanno necessità per governare. In questo vuoto, la percezione di essere altro rispetto i partiti, è stata premiata.
Offerta, rappresentanza, narrazione: i ritardi dell’opposizione
Venezia, unico capoluogo regionale al voto, sembra uno dei simboli di questo corto circuito: il candidato è promosso, la coalizione punita. Forse la premier Meloni dovrebbe essere più cauta nell’intestarsi una vittoria nella quale il suo partito ha perso quasi il 6% di voti rispetto alle recenti regionali. La diffidenza verso la politica non è nuova. Ma l’autorità si basa su precise risorse: la deferenza, l’identificazione partitica, la reputazione. Deferenza e identificazione sono da tempo in calo nell’opinione pubblica. Ora ricompare una crisi di reputazione. Le forze politiche vivono una perdita di credibilità. Le difficoltà economiche del Paese possono avere fatto da catalizzatore all’insoddisfazione, colpendo la reputazione delle forze politiche sia relativa alla competenza sia alla moralità. Una crisi che investe la destra al governo: le mosse della Meloni dopo il referendum tradiscono la sua preoccupazione per l’effetto congiunto di crisi reputazionale in economia e referendum alle politiche. Ma anche il centrosinistra, che si era convinto della facile rimonta, viene danneggiato. L’opposizione s’accorge di dovere affrontare alcuni ritardi strutturali. La sua offerta non sembra adeguata alla sfida, nella leadership e nell’immagine di partito di un establishment inamovibile. Ma il punto maggiormente dolente è la debolezza della sua rappresentanza, intesa come responsiveness, cioè risposta alle istanze dei cittadini, che evoca il programma. A sinistra domina la narrazione che l’errore è stato non consolidare il collegamento con i ceti dei lavoratori. E la correzione necessaria sarebbe ribilanciare a sinistra l’asse del partito più importante, il Pd. La segreteria di Elly Schlein risponderebbe a questa esigenza. Ma gli studi compiuti, per esempio nel libro “La rappresentanza politica in Italia” dei professori Di Virgilio e Segatti, segnalano una situazione più complessa. C’è un buon allineamento tra partito e base elettorale sul piano ideologico, vale a dire quando si parla di autocollocazione degli elettori sull’asse destra-sinistra. Gli elettori si definiscono di centrosinistra: una sinistra moderata. Ma se si passa ai temi più importanti per gli elettori, quelli che incidono sulla vita quotidiana, si scopre che su immigrazione, Europa, diritti civili, gli elettori sono più prudenti del partito. Per alcuni problemi come l’immigrazione, tema divisivo, molti sarebbero più vicini alle posizioni della destra moderata. Lo confermano anche due saggi nel libro “Obiettivo 52%” da poco pubblicato a cura dei professori Fasano e Natale, scritti da Pedrazzani e Segatti. Pedrazzani osserva che il fatto che vi sia congruenza ideologica tra elettori e partito, “non implica necessariamente che eletti ed elettori condividano le stesse opinioni sui temi concreti attorno a cui si articola lo scontro politico”. Proprio su temi scottanti come l’immigrazione (che ha avuto un ruolo nel voto a Venezia) o l’Europa si osservano scollamenti. Anche sull’economia il divario tra preferenze degli elettori e degli eletti esisterebbe, anche se è meno pronunciato. Il vertice del Pd tende a proiettare sugli elettori le proprie opinioni. La distanza su questioni rilevanti tra ceto politico ed elettori può avere provocato l’uscita di elettori dal Pd verso il M5S o verso l’astensione. Ma seguendo questa analisi, il meccanismo del sorting, come lo definiscono gli studiosi, vale a dire la riallocazione degli elettori sulla base delle proprie credenze sui temi sostantivi, non sarebbe avvenuta per trovare una risposta radicale ai problemi. Come sostiene il ceto politico. Al contrario, l’incongruenza avrebbe favorito la smobilitazione di segmenti dell’elettorato Pd più moderati. A questo occorre aggiungere che la coesione interna al Pd e alla coalizione è sempre instabile. Si può evitare questo scollamento? Per riuscirci occorrerebbe una narrazione in grado non solo di non perdere settori dell’elettorato, ma di recuperarli. Le amministrative sembrano mettere in dubbio che la narrazione sia stata trovata. La leadership di Schlein, e soprattutto quella di Conte, ancora non colmano questa mancanza. C’è molto lavoro da fare in vista delle politiche. Forse troppo?
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