Di Questi Tempi

Politica società e digitale di Sergio Baraldi


Identità e giornalismo: 80 anni del Messaggero Veneto

Il 24 maggio il quotidiano del Friuli, il “Messaggero Veneto”, che ho diretto, festeggia i suoi 80 anni dalla fondazione nel 1946. Per un giornale ricordare la sua storia è un momento speciale: significa collegare ciò che è stato con ciò che è. Il ritorno del passato sembra un modo per comprendere il proprio presente. In realtà spesso è il presente che modella il proprio passato per giustificarsi. “Non sono i padri a generare i figli, ma i figli che generano i propri padri” ha scritto l’antropologo Gerard Lenclud. Il “Messaggero Veneto” ha l’opportunità di confermarsi una tradizione del Friuli e può compiere un processo in cui il presente rilegge e ridisegna la propria storia. Può re-inventare la sua tradizione. E’ il ruolo, in fondo, che assume ogni direttore e che è toccato anche a me. Sono stato nominato quando il giornale era di proprietà del gruppo Repubblica-L’Espresso, per decisione dell’editore, Carlo Caracciolo e dell’amministratore delegato Marco Benedetto. Il quotidiano era stato acquistato da poco, il mio compito era integrarlo in una azienda editoriale in crescita. Cercai di comprendere l’esperienza del suo direttore più importante, Vittorino Meloni, che  ha guidato il quotidiano in momenti drammatici: gli anni del terremoto del 6 maggio 1976. Meloni aveva raddoppiato le vendite e aveva fatto del “Messaggero Veneto” un quotidiano all’avanguardia, il primo che stampò il 5 maggio 1968 con la rivoluzionaria (per quegli anni) tecnologia offset e in parte a colori Riflettendo sulla sua esperienza, mi resi conto che la chiave del successo non andava ricercata soltanto nell’informazione, ma nella narrazione dell’identità. 

Bisogna capire lo scenario tragico che Meloni e il giornale avevano davanti: il terremoto causò 990 morti, fu uno dei più disastrosi con 100 mila sfollati, 18 mila case distrutte, 75 mila case seriamente danneggiate, 45 comuni rasi al suolo, 92 gravemente danneggiati, per oltre 20 miliardi di lire di allora. Meloni fece distribuire il giornale gratuitamente negli alberghi sulla costa dove erano stati trasferiti tanti sfollati o nelle case prefabbricate dei paesi cancellati. Inventò la pubblicazione dei grafici delle scosse. Commentava la cronaca del terremoto con la rubrica “La prima e le altre scosse” poi diventato un libro. Ma il giornale non fornì solo un’informazione preziosa ad un popolo disperso e ferito. Il racconto del quotidiano tenne vivo il legame sociale e l’identità friulana. L’ identità non era intesa solo come attenzione al territorio o come collocazione politico-culturale della testata, ma consisteva nella narrazione della tragedia e della speranza di rinascere. Il racconto unificava la collettività separata dalle distruzioni. Motivava la resistenza. Spingeva all’azione. “Prima le imprese, poi le case, dopo le chiese” affermò il vescovo di Udine, coniando la parola d’ordine della ricostruzione. I friulani potevano dare un ordine all’incertezza, trovare un senso per ricominciare. Si instaurò una logica emotiva al cui interno il rispecchiarsi e riconoscersi di giornale, lettori, istituzioni attivò una forte identificazione.

La narrazione identitaria diventò la base della formazione del Friuli moderno e del suo successivo sviluppo. Stabilendo un nesso tra evento, percezione, costruzione del senso, il racconto agì su piani diversi. Rese visibile la sua dimensione morale, cioè  il sistema di valori e di norme sociali condiviso da cittadini e istituzioni. Rafforzò i comportamenti solidali, cooperativi della società, facendo emergere la virtù civica, la responsabilità del Friuli. Diffuse la fiducia. La narrazione aveva una  forza coesiva: chi condivide la storia condivide anche ideali, valori, emozioni. Si creava un senso di comunità. Il racconto esprimeva il capitale sociale del territorio, che si rivelò fondamentale  per la ricostruzione, completata senza uno scandalo e diventata un modello da seguire. La narrazione dell’identità costituì un antidoto al disorientamento collettivo, all’instabilità della terra che tremava. 

 Per questa esperienza unica, la storia del “Messaggero Veneto” può parlare al giornalismo di oggi. L’informazione contemporanea spesso vede nella tecnologia e nei dati la fonte dell’identità e non un mezzo da utilizzare. Concepisce il risultato commerciale come una missione e non come una garanzia di autonomia. Invece il giornale contribuì a salvare la memoria dalle macerie. Restituì ai friulani, rimasti quasi senza i punti di riferimento abituali, il loro posizionamento: dove si trovavano, nonostante fossero strappati alle loro case, chi erano, quale comunità rappresentavano.  Il successo del direttore non fu il risultato di una “linea editoriale”, ma l’esito di un investimento narrativo sull’identità, che nasceva dalla distinzione del Friuli dal Veneto e dalla Slovenia.  Il racconto agì come un dispositivo di cura per l’ insicurezza. Sostenne l’orgoglio di ricostruire il mondo devastato.

 Nella fase post terremoto, il giornale doveva riprendere quella esperienza in chiave moderna, adattandola alle nuove condizioni (il Friuli sviluppato e benestante) e a una generazione differente. Meloni aveva una concezione più tradizionale dell’identità. Nel Friuli del benessere l’identità assumeva un significato più ampio: non solo la riconoscibilità di chi informa, ma la necessità di definire una visione, di ricorrere a una maggiore riflessività. Il Friuli moderno ha custodito il sentimento di appartenenza, ma ha dovuto affrontare altre sfide. Del resto la ricostruzione aveva ripristinato ciò che era crollato, ma aveva incorporato anche discontinuità non solo continuità. Il Friuli era cambiato, lo testimoniava la sua crescita. Il giornale poteva sostenere i valori civici mobilitati in passato, ma emergevano nuove domande e nuovi bisogni. Si poneva l’esigenza di una rinnovata costruzione simbolica della comunità e di un confronto per definire una visione del mondo che originasse dal nuovo Friuli. E avesse di conseguenza il segno dell’autenticità.

Nel momento in cui il terremoto aveva creato frammentazione e distruzione, il giornalismo può assumere la funzione sociale di favorire l’integrazione della società e di rassicurare sul cambiamento da vivere. Questa era la lezione che ci ha consegnato Vittorino Meloni. La collettività poteva riconoscersi come comunità attraverso il quotidiano che cambiava per riflettere sulle trasformazioni che coinvolgevano il Friuli. Era utile un “sovranismo cognitivo”, vale a dire raccontare e interpretare la realtà non solo in modo autonomo e critico, ma attraverso gli strumenti culturali del territorio, leggendo il mondo dalla prospettiva del Friuli. Invitai alcuni docenti dell’Università, fondata non a caso dopo il terremoto, a collaborare con analisi e opinioni. Cercai  il modo di includere i lettori, rendendoli partecipi di questo processo. Dopo il terremoto il tema fondante era la ricostruzione. Con la mia direzione proposi di riflettere e discutere il passaggio da un modello di sviluppo riuscito ma tradizionale a un modello aperto all’innovazione e alla modernizzazione. Il giornale propose un’agenda allargata a nuovi temi, a nuovi soggetti. Offrì un inquadramento delle questioni e dei problemi che partiva dal punto di vista dei cittadini. Il “Messaggero Veneto” si fece interprete della rivendicazione di una maggiore centralità per la società friulana. La legittimazione del rapporto tra quotidiano e società veniva rinnovata. Le vendite in edicola, già alte, ripresero a crescere. 

Ottanta anni sono un bel traguardo, ma il cammino del giornale continua. Rammento con affetto la redazione che ha condiviso il lavoro di quegli anni. Ho imparato che contribuire a tenere unita una comunità, cercare di dare senso alla realtà attraverso la sua narrazione, aumenta la percezione del valore di un giornale. Che cos’è in fondo un giornale? Una storia di trasformazioni, di progetti, di aspettative, di sofferenze in cui l’elemento prioritario è la direzione che si prende. Come ha scritto il poeta Robert Frost ne “La strada non presa”: “Io presi la meno battuta/ e questo fece tutta la differenza”. Buon compleanno al mio ex giornale e al Friuli. 



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