Di Questi Tempi

Politica società e digitale di Sergio Baraldi


L’America cambia: l’inizio della fine di Trump

La grande vittoria dei democratici alle elezioni americane di midterm ha segnato l’inizio della fine di Donald Trump, che per dieci anni ha condizionato l’agenda politica degli Stati Uniti. L’America cambia, sembra possibile il declino del populismo reazionario e aggressivo, che il presidente americano rappresenta. Troppo netta e incontestabile è stata la vittoria democratica, che ha strappato 7 seggi ai repubblicani al Senato e conquistato 258 seggi alla Camera, come non succedeva dal 1993. Un risultato così marcato reca il segno di una fase nuova. Trump aveva chiesto di votare come se sulla scheda ci fosse il suo nome. Gli elettori lo hanno accontentato. Ma il presidente ha perso il referendum su se stesso.

Nel suo secondo mandato, Trump ha colto ogni occasione per indebolire le regole democratiche, per modificare l’equilibrio istituzionale della divisione dei poteri, per accentrare il potere nella presidenza, aiutato da un Congresso dominato da un partito repubblicano appiattito sul leader, e da una Corte Suprema a maggioranza conservatrice. A questo squilibrio istituzionale, Trump ha aggiunto la sua inclinazione a credere di  decidere  senza tenere conto dei vincoli, dei limiti costituzionali, talvolta persino della decenza. Ha agito più come un sovrano che come un presidente eletto. Forse aveva avvertito il rischio e nei mesi precedenti le elezioni, ha tentato di bloccare il voto per posta, di organizzare con gli Stati a guida repubblicana un ridisegno dei collegi elettorali che sperava mettesse al sicuro il risultato (il gerrymandering), ha denunciato preventivamente frodi elettorali inesistenti, ha schierato la polizia Ice. Ha persino richiesto i dati sugli elettori a tutti gli Stati, soprattutto quelli governati dai democratici. Il voto di midterm però ha fermato questo disegno incline all’autoritarismo. Il popolo ha rammentato al presidente che la potestà di scegliere chi governa e di giudicare come lo fa, è solo sua.

L’America ha così dimostrato di essere viva, disposta a difendere la sua democrazia. Senato e Camera sono passati sotto il controllo democratico. Importanti Stati che dovevano scegliere il proprio governatore (Texas Georgia Nevada Ohio e Iowa) hanno preferito eleggere i candidati democratici. Altra sorpresa è arrivata da   Stati di lunga tradizione repubblicana (Texas Kansas South Carolina Iowa Ohio Kentucky,) che dopo decenni hanno rimpiazzato i senatori repubblicani. con i democratici Il monopolio del partito di Trump è stato smontato. Un tale capovolgimento della scena politica non si può interpretare che come una delegittimazione del trumpismo Un ripudio della sua ideologia, della sua tendenza violenta, della sua megalomania. Al punto che si potrebbe discutere se questo sisma elettorale sia il risultato di una convergenza imprevista tra il rinnovamento generazionale e culturale dei democratici e il radicalismo del presidente. Occorrerebbe cioè domandarsi se ha vinto il Partito Democratico o ha perso Trump. In ogni caso la conseguenza è che gli elettori hanno riportato d’imperio gli Stati Uniti all’interno della cornice legale della Costituzione. Hanno ristabilito i valori democratici. Trump appare meno centrale, indebolito, quasi estraneo rispetto al nuovo clima d’opinione. Al punto che il presidente non ha avuto la forza di contestare il voto e ha dovuto riconoscere la vittoria democratica.

Se il voto di midterm sembra indicare un cambio d’epoca, si tratta di individuare quali fratture sociali l’hanno causato. La tendenza generale è di spiegare il voto con l’economia. È chiaro che l’inflazione, i dazi pagati soprattuto dagli americani, la guerra con l’Iran, hanno avuto un peso nell’opinione pubblica. Ma il voto rivela una rabbia dei cittadini rivolta in questo caso contro i populisti. Anche nel 2024 con Biden i prezzi erano rincarati, i cittadini erano delusi, e Trump vinse il voto popolare. Ma con un margine di 1,5 punti percentuali. Ieri notte i Democratici hanno vinto con un margine di 12-13 punti percentuali quasi ovunque. L’inflazione  e i salari per quanto importanti non bastano a spiegare la portata di questo sisma. Tra l’altro alcuni fondamentali sono abbastanza buoni, l’economia Usa è resiliente, nonostante i danni inflitti da Trump con i dazi. Come leggere il disallineamento tra un’economia robusta nonostante tutto e il modo in cui i cittadini la percepiscono e la valutano? Forse è mutato il modo in cui gli americani guardano all’economia e al loro Parse. È il dissidio tra la realtà e la sua percezione. Stavolta i cittadini non si sono concentrati solo sulle proprie condizioni individuali, ma sembrano aver considerato altre preoccupazioni come il rischio di una regressione sociale, di impoverirsi che coinvolge larghi strati sociali. Questa prospettiva generale ha reso più visibili le disuguaglianze radicate negli Usa. L’economia americana è resiliente, ma le disparità di reddito e di prospettive future sono peggiorate. Se si guardano i consumi si scopre che la spesa è forte, ma il 10% più ricco rappresenta la metà di questa spesa. Nel frattempo la spesa dell’80% più povero è rimasta indietro, colpita anche dall’inflazione. È la minoranza ricca che traina i consumi. Gli altri no. Del resto lo 0,1% più ricco delle famiglie possiede un patrimonio cinque volte superiore a quello del 50% più povero. Questa disparità riflette i guadagni ottenuti dal boom del mercato azionario e dalla modalità di tassazione favorevole ai ricchi. Con Trump è apparsa evidente l’alleanza della politica repubblicana con il capitalismo digitale, le agevolazioni persino sfacciate di cui godono i miliardari. Trump ha messo in scena lo spettacolo della ricchezza e del dominio senza alcuna inibizione. I cittadini, anche coloro che votano repubblicano, hanno percepito l’iniquità del sistema, la perdita di pari opportunità, la scarsa giustizia economica e sociale. E si è formato un grande risentimento.

L’umiliazione dell’esclusione dal benessere ha spinto molti a riflettere su come è strutturato il benessere collettivo più che sulla propria situazione personale. Gli studiosi parlano di percezioni “sociotropiche” invece che “egotropiche”, che sono puntate solo sul proprio reddito, sulla propria condizione, sulla propria sicurezza. Le percezioni sociotropiche coinvolgono lo stato generale della collettività, si tratta di valutazioni sociali. Sono diffuse e condivise nel contesto in cui i cittadini vivono. E    toccano democratici e repubblicani. La centralità conquistata dalle diseguaglianze dell’economia, dall’iniquità del sistema e del potere, così  ha offuscato la crescita che il sistema produttivo Usa ha messo a segno nonostante Trump: più 3,4% nell’ultimo trimestre. Questa dinamica spiega la divergenza tra la fiducia dei consumatori in calo e il reale andamento dell’economia. Si comprende lo scontento dei cittadini, condiviso senza distinzioni di partito, e la rabbia che sta alla base del voto di rigetto verso i repubblicani.

Le elezioni americane, quindi, ci indicano che è decisivo il modo in cui viene formulato il giudizio. E gli effetti politici che ne conseguono. Come è stato possibile  per i democratici ottenere vittorie di quelle dimensioni? Come hanno potuto ribaltare Stati che da decenni votavano repubblicano a occhi chiusi? Jon Ossoff ha vinto il seggio senatoriale in Georgia con un distacco di 18 punti. Talarico in Texas ha vinto un seggio che i democratici non si aggiudicavano dal 1988, cioè 38 anni. Vittorie e distacchi eclatanti si sono ripetuti per gli altri candidati democratici. La politica americana è polarizzata, ma è difficile immaginare che questi risultati si ottengano mobilitando solo il proprio elettorato. In realtà tra i due blocchi sembra esserci stato un movimento di voti considerevole. La mobilità degli elettori ha consentito di costruire un’ampia maggioranza contro Trump. Un processo che è facilitato anche dai cambiamenti demografici degli Stati Uniti: il Texas è in forte crescita, la composizione della società è mutata, ed entro qualche anno avrà le dimensioni di California e New York. La svolta americana sembra maturata anche per i cambiamenti demografici della società. Gli indipendenti e una parte dei repubblicani si sono spostati sulla base di temi politici, etici non solo economici. C’è la questione della corruzione, che i democratici hanno denunciato con vigore: la nascita di un capitalismo politico con un intreccio tra le  ricche Big Tech, lo Stato e i suoi contratti d’appalto. C’è Trump che ha utilizzato la Casa Bianca come un Re Sole repubblicano per i propri affari personali e per guadagni miliardari, che hanno suscitato indignazione. La crudeltà della polizia Ice ha seminato paura e  riavvicinato la parte dell’elettorato ispanico e di colore, che alle presidenziali aveva preferito Trump. Il cambio d’epoca che segna il tramonto del trumpismo sembra avvenuto per la mobilitazione di interi settori sociali, in passato schierati su posizioni differenti. La delusione e la rabbia per le politiche del presidente hanno provocato frustrazione e una dura reazione. L’America si è guardata nello specchio del trumpismo, e si è vergognata. È comparsa così la grande coalizione sulla quale i democratici possono ora costruire le presidenziali del 2028.



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