Di Questi Tempi

Politica società e digitale di Sergio Baraldi


La Meloni nella frattura politica-società

Nel dibattito parlamentare dopo il referendum, non si è visto un capo di governo che ha analizzato il voto e ha riferito al Paese sugli obiettivi per la parte finale della legislatura. Si è visto una leader di partito che ha parlato ai proprio parlamentari e ai propri elettori per avvisarli che è cominciata la campagna elettorale. Non era un discorso, era un richiamo a serrare i ranghi. Nessun rimpasto. Nessun cambiamento. Solo resistere, e avanzare secondo il metodo che tuttavia ha condotto alla sconfitta del Sì. L’analisi del voto referendario è sostituita dall’allerta per un ciclo politico che ha premiato la destra, ma che potrebbe volgere al termine. Non è detto che la maggioranza che governa perda le elezioni, ma la partita ora appare più incerta e la Meloni più debole. Per questo la destra vuole archiviare il referendum. Ma quel voto resta ingombrante al centro dello spazio politico. Quei 15 milioni circa di No interpellano innanzi tutto la maggioranza e mandano segnali a sinistra. Chi e come può rappresentare i mondi sociali differenziati che sono confluiti nella sanzione alla premier? L’effetto è stato far emergere una crisi latente del governo e della sua  leadership. Una crisi che non si manifesta in una divisione della coalizione di destra, che resta unita al potere. Compare però la difficoltà del governo di imprimere una direzione al Paese, di tradurre l’indirizzo in azioni in grado di affrontare i problemi sentiti dai cittadini. In Parlamento la premier ha rilanciato promesse già ripetute in passato, come il piano per la casa o la riduzione del carico fiscale (aumentato invece al livello di oltre il 43%). Ma siamo alle promesse della campagna elettorale. Forse a impensierire maggiormente è la leadership indebolita della Meloni. 

Il referendum e la frattura tra politica e società

Dietro la narrazione della donna sola al comando, si sono fatti i conti con un deficit di efficienza amministrativa; una crisi di responsiveness, cioè di capacità di corrispondere alle istanze dei cittadini; una crisi di progettualità per il futuro immediato. Il referendum l’ha voluto, guidato, perso lei. Il discorso della Meloni è stato inevitabilmente difensivo fino all’arroccamento. Ma la perdita di attrattività della leader segna una novità. Quei 15 milioni di voti hanno fatto emergere una nuova frattura tra la società, il ceto politico e la leader, che proprio la destra populista aveva interpretato per conquistare il governo di una democrazia rappresentativa contestata. Ora l’indebolimento del leader pone un problema al cuore della destra. Per una parte dell’elettorato moderno, la figura del leader è fondamentale: il leader fornisce la scorciatoia cognitiva attraverso la quale molti elettori, soprattutto fasce sociali a bassa istruzione e basso reddito, semplificano la complessità dei problemi e decidono a chi dare fiducia. Il rapporto con il leader è personalizzato: molti elettori si identificano, stabiliscono una relazione emozionale sulla base delle qualità private del leader. Il referendum ha come rotto l’incantesimo che la comunicazione a reti unificate (Rai e Mediaset) e sui social, aveva costruito. È come se lo specchio in cui lei rifletteva un’immagine di sé vincente e risolutrice, si fosse infranto. Il referendum ha svelato un doppio movimento sotterraneo: una mobilitazione contro di lei, una smobilitazione di settori, minoritari ma significativi, della destra che la appoggiava. Movimenti sempre critici verso la premier. Oggi lei fatica a ristabilire una sua immagine di successo. E fatica a cucirsi addosso una narrazione convincente, senza ricorrere ai luoghi comuni e al vittimismo con i soliti “ci metto la faccia” “guardiamoci negli occhi” “sento solo insulti e nessuna proposta”. La premier sembra ostaggio di un eterno ritorno dell’uguale a se stessa che l’ha spinta in un vicolo cieco. In realtà la premier non è che non vuole fare un’analisi oggettiva del referendum. Non può. Se la facesse dovrebbe mettere in discussione la sua identità politica, mentre lei più che mai ha necessità di riaffermare la sua identità. Lo prova proprio il suo discorso al Parlamento. La ragione va ricercata nella genesi del suo partito e del suo successo politico. Secondo due studiosi, i professori Morlino  e Raniolo, nel saggio breve “La sfida populista tra rivendicazionismo e richiami identitari”, la destra radicale e populista si può distinguere in due grandi categorie: quella rivendicativa e quella identitaria. La Meloni si può collocare tra le destre populiste identitarie. Di fronte ai ceti sociali che in questi anni si sono sentiti minacciati nei loro livelli di benessere e stili di vita da una serie di crisi interconnesse (la policrisi), le destre populiste hanno assunto due forme distinte, che nella realtà presentano contaminazioni reciproche: quella rivendicativa che dà la prevalenza al disagio materiale, economico o moltiplica le opzioni dei cittadini (per esempio sui vaccini), nella quale i leader populisti agiscono come imprenditori della rabbia; e quella identitaria o sovranista, che rinserra le legature, esprime la difesa della propria identità contro gli immigrati, sostiene un autoritarismo sociale, un individualismo di mercato. La destra identitaria mette al centro l’appartenenza nazionale (i nativi vengono prima degli altri), è esclusivista, prevede per alcune fasce sociali un orientamento assistenziale, che non sono necessariamente quelle che ne hanno più bisogno. La destra identitaria ha come bussola l’insicurezza. I suoi leader agiscono come imprenditori della paura. Mentre il populismo rivendicativo ha una matrice più sociale ed economica, quello identitario ha le radici nell’insicurezza della comunità e presenta un fondo ideologico.

La trappola del peccato originale identitario

  Il peccato originale identitario della Meloni ha avuto come conseguenza un secondo errore: spostare la centralità dai cittadini al sistema politico. Questo slittamento non  è avvenuto solo perché per la destra il leader è l’unico interprete della volontà del popolo. In realtà la rappresentazione strategica dei problemi collettivi (dalla migrazione all’ordine pubblico) di questa destra divide la società sempre in due campi contrapposti: il noi contro il loro. L’obiettivo sembra cristallizzare fedeltà che altrimenti potrebbero diventare fluide e sfuggire al controllo. La centralità del sistema politico, la gerarchizzazione sociale, la centralizzazione del potere (da sottrarre ai limiti di altri poteri dello Stato), sono funzionali alla divisione polarizzante della struttura sociale per mantenerne il controllo. La Meloni ha sempre agito in questa direzione: ha messo in secondo piano la società, ha privilegiato il primato della politica e della sua leader indiscussa. In una società che Bauman ha definito fluida, la Meloni ha cercato di imporre una solidità regressiva per meglio controllarla. Nasce da qui la ricerca di un’egemonia culturale della destra. Questa postura l’ha spinta a commettere un terzo errore: ha costruito un’agenda delle priorità per il Paese che rispecchiava l’impostazione identitaria. La sicurezza ha prevalso: ordine pubblico, immigrati, limiti ai diritti. Nel mettere a regime questa polarizzazione crescente, in cui è stata decisiva la mobilitazione del risentimento e la costruzione del nemico (i costanti attacchi all’opposizione), la premier non ha considerato fino in fondo il moltiplicarsi delle diseguaglianze, il peggioramento delle condizioni economiche di diversi gruppi sociali. Ha preso in considerazione solo i suoi ceti di riferimento: lavoratori autonomi, commercianti, piccoli imprenditori. E ha applicato una politica economica distributiva, e non re-distributiva, che sceglie chi sostenere. Nel referendum la genesi identitaria si è trasformata in una trappola. La novità è che la crisi economica e sociale connessa alle diseguaglianze, il calo del benessere di ampi settori sociali (operai, ceto medio, giovani destinati a un lavoro pagato poco, le povertà in aumento) ha rimesso al centro dell’opinione pubblica la dimensione materiale. E ha innescato aspettative di distribuzione di risorse pubbliche. Non sembra determinante l’antagonismo tra popolo ed élite, lo è il conflitto per le risorse. Il No, infatti, non può essere declinato solo come voto contro la revisione della Costituzione, che ha spaventato molti cittadini, ma sembra anche un No contro il declino del benessere di diversi strati sociali. In silenzio sembra avvenuto un riequilibrio tra dimensione economica e dimensione culturale (diritti, libertà). La Meloni rimetteva in scena la leader-sfidante contro i magistrati che le impediscono di comandare, secondo la sua agenda identitaria.  I cittadini hanno messo in scena la vita-quotidiana-sfidante, che ha riscritto l’agenda e le sue priorità. È emerso così un netto disallineamento tra leader, governo, Paese avviato dal peccato originale identitario. È il successo che crea l’insuccesso e permette alla sfiducia diffusa di ritrovare un bersaglio. Lo scenario politico delle prossime elezioni è ridisegnato.   



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