La sequenza di dimissioni imposte dalla premier Meloni è stata in genere letta come una conseguenza della sconfitta del referendum e il desiderio di liberarsi di figure controverse che potrebbero danneggiarla nell’ultimo anno di legislatura prima delle elezioni. È stata messo in rilievo il fatto che la Meloni abbia scaricato la responsabilità della vittoria del No su figure meno importanti del suo partito invece di assumersi le proprie come leader al comando. C’è del vero in questa interpretazione. Ma non si considera il nuovo scenario nel quale agisce la premier, che in qualche modo è portata a seguire una logica diversa. Oggi domina la personalizzazione della politica, che ha instaurato un modello diverso di relazione tra governanti e governati. La deideologizzazione, vale a dire il minore impatto delle ideologie e delle grandi narrazioni che i partiti in passato rappresentavano; la presidenzializzazione de iure o de facto delle democrazie, che enfatizza il ruolo del leader; infine la dinamica comunicativa che favorisce la visibilità del candidato, hanno posto al centro della competizione elettorale la figura del leader. La Meloni è premier in un quadro, spiegano gli studiosi, dominato dal voto leader oriented , influenzato cioè dalla figura del leader. Un cambiamento che assume un particolare valore per l’area di centrodestra. Il confronto con Matteo Renzi può essere illuminante: anche Renzi perse il referendum, ma si dimise da presidente del Consiglio e da segretario del Pd. Il leader Renzi però non corrisponde alla leader Meloni. Non tanto per le scelte sul piano della correttezza e dell’opportunità, ma sul piano della logica politica all’interno della quale hanno dovuto agire. La Meloni decide in una cornice in cui il leader non è al servizio del partito. Al contrario è il partito che è al servizio del leader. Renzi invece era un leader al servizio del suo partito. Un rovesciamento di prospettiva tanto più valido per la Meloni che guida un partito personale, da lei fondato e da lei portato al successo del governo. Nel voto leader oriented i cittadini danno meno importanza alle ideologie, esprimono una scelta più personale, nella quale la valutazione della figura del candidato, anche delle sue qualità private, sono importanti. L’elettore si svincola dal richiamo del partito e tende a basarsi sul rapporto di fiducia che si instaura con il leader. Questo meccanismo fiduciario si rafforza con la Meloni e il suo partito personale. Renzi era un leader forte ma al servizio di un partito, il Pd, che ha una sua storia, una sua classe dirigente (che in parte lo osteggiava), una cultura politica che veniva da lontano. Le sue dimissioni avevano un significato preciso: ha guidato il partito in una battagli persa, ne doveva trarre lui le conseguenze. E Renzi correttamente lo fece. Per la Meloni vale l’opposto: la legittimazione carismatica del suo potere, come direbbe Weber, cioè alimentata dalla fiducia personale, cambia il modo in cui viene gestita la governance del partito, che assomiglia a una logica aziendale. Se una azienda non presenta i risultati sperati, l’azionista, spesso presidente della società, cambia la linea degli amministratori. La Meloni sconfitta al referendum deve cambiare la linea di governo del suo partito: deve rivalutare l’attenzione alla legalità, al rispetto per la Costituzione, deve avere una governance irreprensibile. E agisce di conseguenza in vista della prossima battaglia. Poiché il partito è una struttura al suo servizio, la leader rivede la governance per allinearla meglio alle risposte (negative) del mercato del consenso. È possibile che la premier adeguerà gradualmente anche il suo stile di leadership e la sua comunicazione. Non può dimettersi come Renzi: il suo modello si basa sulla fiducia personale, se lo facesse Fratelli d’Italia declinerebbe, come successe a Forza Italia con la crisi di Berlusconi. Assistiamo, quindi, al dispiegarsi della logica postmoderna della leadership. Per trovarne una conferma è sufficiente vedere cosa accade in Forza Italia, dove gli azionisti, la famiglia Berlusconi, stanno mettendo mano anche loro alla governance. Come fosse la loro azienda.
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