Di Questi Tempi

Politica società e digitale di Sergio Baraldi


Il No dei cittadini al potere senza limiti

Il governo del popolo sconfitto dal pronunciamento del popolo. Il referendum che doveva sancire una svolta con una riforma della giustizia che cambiava sette articoli della Costituzione, si è trasformato in un veto degli elettori sulla riforma voluta dalla premier. Per la prima volta dopo oltre tre anni e mezzo di governo, un voto mette in discussione il rapporto tra la Meloni e il Paese. La vittoria del No rompe quello che sembrava un incantesimo, che faceva apparire la donna sola al comando difficile da battere. Invece la vittoria del No è netta 53,7% contro il 46,2 del Sì. E ha un protagonista inatteso: gli elettori con una partecipazione di quasi il 59% e un contributo consistente dei giovani. Da tempo i  cittadini devono scontrarsi nella vita ordinaria di ogni giorno con una lunga serie di problemi: l’economia stagnante, la sanità e la scuola con poche risorse che non riescono a rispondere alle esigenze degli utenti, la perdita di potere di acquisto degli stipendi, un silenzioso ma continuo aumento della tassazione. Uno scenario che sembrava non scalfire nei sondaggi la notorietà della Meloni. E che lasciava immaginare che la sfiducia, che pure circola nel Paese, avrebbe causato la protesta di una bassa affluenza, come in tutte le recenti elezioni, ma alla fine avrebbe favorito il Sì. Del resto la Meloni era sostenuta non solo da un uso sapiente dei social network, ma anche dalla Rai e dalle Tv private dei Berlusconi, che ne amplificavano le uscite in mondovisione. Proprio la contraddizione tra le condizioni di vita dei cittadini e il governo della destra radicale, che puntava tutte le carte sulla riforma della giustizia, ha aperto lo spazio per la vittoria del No. 

Il nuovo potere in cerca di legittimazione

 La Meloni ha ignorato la legge fondamentale della politica: il governo è chiamato a rispondere alle preferenze dei cittadini. È quello che gli studiosi definiscono “responsiveness”, cioè la capacità di corrispondere alle domande sociali. La democrazia è un regime politico in cui sono decisivi i risultati. Se i cittadini chiedono determinate politiche, il governo dovrebbe muoversi in quella direzione. Se non avviene il governo viene delegittimato. In questi tre anni e mezzo, gli elettori hanno visto che il populismo, che rappresentava la reazione a una democrazia percepita come lontana dalla gente, arrivato al governo si è preoccupato di occupare tutto il potere possibile. La sua classe dirigente ha cercato di sfruttare senza inibizioni privilegi e compensi. Infine ha deciso di varare una riforma della Giustizia il cui obiettivo nascosto era quella di ridefinire l’idea di Potere (mi permetto di richiamare il mio post del 23 febbraio “La società emotiva e il referendum sul potere”), per stabilire la supremazia dell’esecutivo e della sua maggioranza, intervenendo sia sull’equilibrio costituzionale tra i diversi corpi dello Stato, sia sulla società. La separazione della carriere era un dispositivo per ridimensionare l’indipendenza della magistratura e instaurare un maggiore controllo politico sul sistema giudiziario. Ma questo era il primo atto di un progetto che prevedeva il premierato, una legge elettorale che avvantaggia oltre misura la destra che avesse vinto le elezioni. L’intenzione era di costruire per gradi la presidenzializzazione della Repubblica, che avrebbe indebolito anche la figura del Presidente della Repubblica, organo di garanzia per tutti. L’idea, quindi, era di instaurare una verticalizzazione del potere, una gerarchizzazione istituzionale e sociale, che doveva svincolare il governo Meloni da molti limiti. Emergeva la ricerca di legittimazione di un solo Potere, quello del governo, che annullava la concezione della democrazia liberale con l’istituzione della Corte Costituzionale e della magistratura indipendente: porre cioè un controllo della legalità, perché i diritti fondamentali e le libertà devono essere sottratti all’arena della competizione politica. Il ruolo del sistema giudiziario, infatti,  è quello di vigilare sul rischio che il cambiamento, che una democrazia deve potere attuare, sia sempre compatibile con il sistema democratico. Non a caso la Costituzione italiana (ma non solo la nostra) pone dei limiti al potere della maggioranza. 

L’estremismo meloniano e la mobilitazione al contrario

La destra radicale della Meloni, invece, voleva un potere quasi senza limiti, motivata con la convinzione che chi vince custodisce la volontà del popolo e deve potere esercitare le sue prerogative senza rendere conto. Per questa ragione la maggioranza non ha voluto discutere la riforma con l’opposizione, ha imposto una decisione unilaterale, ha votato senza discutere il disegno di legge del governo. La negazione del riconoscimento dell’opposizione e del suo ruolo rientra nella riconfigurazione sovranista del potere. A conferma che il disegno era ottenere per sé quello che il filosofo Spinoza ha definito potentia, cioè la capacità di avere potere sugli altri, (distinta dalla potestas, cioè la capacità di agire), la Meloni ha varato una strategia parallela per conquistare quello che il sociologo Bourdieu ha definito il potere simbolico, che ha a che fare con la cultura e l’ideologia. Esso riguarda la capacità di imporre come legittime categoria cognitive, classificazioni, modi di pensare e di vedere il mondo. Infatti la premier non ha esitato a prevedere che con la vittoria del  No sarebbero stati liberati dai giudici “irresponsabili” stupratori, ladri, assassini. Un discorso apocalittico sulla giustizia, che aveva lo scopo di radicalizzare il conflitto per mobilitare i suoi elettori. Ma proprio il conflitto aperto dalla destra e la sua radicalizzazione hanno agevolato una mobilitazione al contrario. Ha riattivato la partecipazione politica non solo delle opposizioni, ma anche di aree sociali diverse. L’estremismo della Meloni, infatti, ha preoccupato e forse spaventato molti elettori. La sfiducia così ha ritrovato un bersaglio: il ceto politico al governo, la destra radicale che non pensa alle domande dei cittadini ma a se stesso. La sfiducia e il timore dell’estremismo si sono trasformate in quella che lo studioso francese Rosanvallon ha definito “sfiducia organizzata”. I cittadini hanno riscoperto la voglia di vigilare sulla politica, di giudicarla, di usare la pur limitata capacità di orientarla con una sanzione al governo. È un esempio di quella che Rosanvallon ha definito “controdemocrazia”. Si tratta di una forma di democrazia negativa, che ha fatto scattare l’interdizione al progetto dell’esecutivo. La sovranità diretta dei cittadini nel referendum ha sconfitto la sovranità del governo. Dal conflitto referendario forse esce un elettorato disponibile a essere più attivo, intenzionato a restituire potere alla società civile. Non vince l’apatia, ma una logica nuova sulla quale anche l’opposizione dovrà riflettere. La Meloni voleva lo scettro del comando. Il referendum ha restituito lo scettro al vero principe: i cittadini.  



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