Di Questi Tempi

Politica società e digitale di Sergio Baraldi


Bossi e l’invenzione fallita del Nord

La scomparsa di Umberto Bossi è stata analizzata in due modi diversi: alcuni giornali si sono focalizzati sulla sua immagine, sul suo stile popolano, ruvido,  grossolano, o sul suo vocabolario che ha introdotto la maleducazione in politica. Un’altra lettura, soprattutto a sinistra, ha visto in Bossi il politico della destra secessionista (almeno a parole), che fondava sull’etnia, quindi su uno sfondo razzista, la contrapposizione con Roma e il meridione. Sono tutti volti reali di Bossi, ma che rischiano di non farci comprendere perché la sua figura è stata centrale negli anni Ottanta e Novanta. E che non spiegano la ragione per cui  la Lega ha governato e ancora governa (ma per quanto?) alcune regioni del nord e anche il Paese. Bossi andrebbe probabilmente interpretato come il politico che ha tentato l’invenzione del Nord. Invenzione che è fallita. E nel compiere questa operazione, che gli fece guadagnare consensi, ha anticipato lo stile e le parole d’ordine populiste. Ha offerto un modello di comunicazione politica, spesso incivile, secondo solo a Berlusconi. Ha inaugurato temi che hanno anticipato la questione identitaria degli anni successivi. Fu lui a imporre per primo nell’agenda pubblica la questione fiscale, cioè del peso eccessivo delle tasse rispetto ai servizi erogati dallo Stato. Fu lui a riconoscere la questione settentrionale e porla al centro di un piano autonomista e federalista, utilizzando le teorie di Gianfranco Miglio, sia pure declinato con un linguaggio e riti grotteschi: l’invenzione della Padania, di Roma ladrona, i raduni di Pontida, i simboli di una storia nazionale (il Carroccio della battaglia di Legnano contro Federico Barbarossa) riscritta in chiave leghista. Bossi favorì  la riscoperta di un’identità territoriale, fondata sul buon senso del popolo in opposizione alle élite, che diceva di avversare. Sul piano politico, il Senatur posizionò il partito che aveva  inventato, la Lega, su una frattura sociale poco compresa dai partiti tradizionali: il sistema produttivo del Nord (soprattutto le piccole e medie imprese consapevoli di trainare il Pil nazionale) avvertiva la difficoltà, la fatica, i rischi delle sfide della globalizzazione, della europeizzazione, della fine della competitività basata sulla svalutazione della lira. Era la frattura centro-periferia,  dove il Centro, cioè il Nord, rivendicava con orgoglio il proprio status e avvertiva che il sistema politico della Prima Repubblica, bloccato e inquinato dalla corruzione, come mostrò Tangentopoli, era un ostacolo, un peso economico. Il settentrione allora sembrò riversare all’interno del Paese, contro il ceto politico, contro il sud da marginalizzare, contro i vincoli europei, la frustrazione di dovere affrontare un adattamento carico di incognite per sopravvivere. Ha queste radici la carica eversiva della prima Lega con l’ipotesi della rottura dell’unità nazionale. Ma dietro la pianura di Pontida, le ampolle del Po, i “terroni”, gli immigrati che ci invadono, Bossi con la sua teatralità talvolta violenta raccoglieva la rabbia di ampia parte del nord, che allora si percepiva come un luogo che non conta, nonostante producesse una quota consistente della  ricchezza nazionale. La narrazione di Bossi, con i suoi eccessi, mascherava la sfida strutturale che impauriva la società settentrionale. E parlando alla “pancia” di molti, metteva in piazza i capri espiatori che servivano per rassicurare che la responsabilità del ritardo era da ricercare altrove. Bossi posizionò la Lega su una frattura sociale ed economica reale, ma propose una rappresentanza politica, un progetto di governo, che non potevano funzionare. La crisi cominciò a palesarsi. Rientrò nella alleanza di centro-destra, dopo aver causato la fine del primo governo Berlusconi. Accettò di farsi costituzionalizzare, dopo i proclami quasi rivoluzionari. Era ormai chiaro che c’erano due modi di interpretare la sfida che il Nord aveva di fronte: una era la logica di parte della piccola e media impresa finalizzata alla riduzione dei costi, a sfruttare la prossimità industriale come sistema flessibile (i distretti) e la delocalizzazione nei vicini paesi dell’Est o in Asia. L’altra logica era quella della visione strategica, che puntava alla costruzione di reti, che guardava alla catena globale del valore, che investiva nella conoscenza proprietaria o nella connessione su scala estesa con i centri in grado di produrla e assicurarla. Bossi e la Lega avevano la cultura politica per allinearsi alla prima, senza comprendere che in questo modo il Nord, all’interno della frattura globale centro-periferia, diventava periferia. La società settentrionale, del resto, dava segni di una  autonoma trasformazione culturale.  Ora il Nord guardava all’Europa, all’apertura dei mercati, alla prossimità strategica, vale a dire alla sinergia tra territori e settori differenti per produrre beni collettivi, come a una nuova opportunità. Questa maturazione avveniva soprattutto nei centri urbani, che avevano il loro vertice a Milano, capitale morale che ha assunto il ruolo di centro di servizi ad alto valore aggiunto, crocevia di reti allungate di imprese. Per conseguire questi obiettivi però occorrono risorse organizzative e conoscenze adeguate, che sono estranee alla Lega. La questione settentrionale, dopo la rabbia miope del primo periodo, in alcune aree mutava di segno e sempre meno riusciva ad essere rappresentata dalla Lega. Non a caso nei centri urbani ha cominciato a prevalere il centrosinistra, rivelando una chiara differenziazione elettorale tra città e provincia. L’uscita di scena di Bossi, favorita da alcuni scandali, ha così segnato la fine di un’epoca. Eletto segretario, Salvini ha tentato l’avventura di fare della Lega un partito nazionale, dismettendo l’eredità di Bossi. Per qualche tempo si è avvantaggiato della crisi di Forza Italia e del berlusconismo. Per poi riprendere un declino che oggi non sembra potersi  interrompere.



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