Di Questi Tempi

Politica società e digitale di Sergio Baraldi


Il monito alla Meloni: può perdere

Il voto delle regioni Veneto, Campania, Puglia, sembra un voto per la stabilità: i pronostici sono stati rispettati, ha vinto chi governava, ha perso chi stava all’opposizione. La conclusione della sfida tra maggioranza e opposizione è un pareggio. Il quadro politico appare invariato. Inoltre gli elettori sembrano avere respinto ogni tentativo di radicalizzazione e hanno confermato il pluralismo dei partiti.  Tuttavia se si esaminano i risultati con maggiore attenzione sotto la superficie di questa stabilizzazione si possono riconoscere dei mutamenti che restituiscono l’immagine di una stabilità in movimento. L’equilibrio tra le coalizioni rispecchia il pragmatismo dei cittadini, ma sembra anche un equilibrio dinamico.

La stabilizzazione dinamica: il governo del Paese è contendibile

 Innanzi tutto c’è la percezione che gli elettori non danno molto credito agli estremismi di destra o di sinistra e si siano concentrati su chi fa (e ha fatto) che cosa. Le promesse di cambiamento sono state lasciate cadere: un segnale in questa direzione era arrivato già dalle Marche, una ex regione rossa, che ha confermato il gruppo di governo di destra. In Veneto non ha vinto la Lega di Salvini, i cittadini sono tornati a votare Zaia e il suo apprezzato governo (meriti o no questo giudizio). In Puglia hanno premiato la discontinuità nella continuità, scegliendo lo stimato ex sindaco di Bari, Decaro, erede diverso di Emiliano. In Campania hanno confermato il successo del modello di Napoli, in cui non compare solo il governatore De Luca (che ha avuto una buona affermazione con la sua lista) ma anche il sindaco Manfredi, ex rettore dell’università, affidandosi a Fico. I cittadini sembrano preoccupati per le sfide del futuro: l’orizzonte internazionale con le guerre vicine, quello economico con un Pil  nazionale stagnante, quello sociale in cui troppi si scoprono più vulnerabili. E hanno dato due risposte differenti ma connesse. La prima è stata votare orientati dalla realpolitik. La seconda è stata non votare, rafforzare il partito dell’astensione, che ha raggiunto livelli molto alti, la cui motivazione di fondo, come spiegano i professori Paolo Natale, Luciano Fasano, Roberto Biorcio, nel bel libro “Schede bianche”, s’indovina essere legata più alla razionalità che all’emotività. Ha prevalso un astensionismo di protesta, un non-voto strategico punitivo per i partiti, persino animato da una forma di antipolitica, di estraneità all’offerta politica. 

Entrambe le scelte degli elettori, quindi, sembrano motivate da un fattore decisivo: la fiducia o la sfiducia. E come spiega il professore Marco Almagisti nel suo interessante libro appena uscito “La democrazia in Italia”, l’entrata in crisi di alcune condizioni sociali e culturali provocate dalla crescita delle disuguaglianze e dalla frammentazione della società, hanno favorito l’emergere di una fiducia “a corto raggio”, vale a dire particolaristica invece che generalizzata. E i destinatari sembrano più le persone dei candidati che le istituzioni o il sistema. Il professore Almagisti chiarisce che cittadini dotati di una fiducia interpersonale possono non nutrire una fiducia istituzionale. Questo meccanismo compare in Veneto in virtù della fiducia di molti elettori verso Zaia (200 mila preferenze con il centrodestra che arretra) o nel clamoroso risultato di Decaro in Puglia. Tuttavia questa stabilizzazione sarà a rischio alle prossime elezioni politiche del 2027. Potrebbe accadere che nessuno dei due schieramenti vinca in modo chiaro e possa assicurare un governo stabile. Nasce anche da qui l’idea della Meloni di un ridisegno delle regole della competizione. Nel 2022 il centrodestra prese una percentuale di voti leggermente inferiore al centrosinistra allargato di oggi per i seggi ripartiti in modo proporzionale (alla Camera ebbe 114 contro i 130 dell’attuale opposizione). Ma poiché i partiti del centrosinistra nei seggi nominali si sono presentati separati, anzi in competizione gli uni con gli altri, il  centrodestra ha vinto quasi dappertutto: 121 seggi su 147.  Nel 2022 il centrosinistra si è suicidato politicamente. L’ esperienza delle elezioni regionali ci avverte che se il centrosinistra si presentasse unito e allargato, le cose cambierebbero: le due coalizioni otterrebbero, secondo una ricerca dell’Istituto Cattaneo, quasi gli stessi voti e gli stessi seggi. Se la legge non viene rivista, a decidere la prevalenza dell’uno o l’altro schieramento saranno ancora una volta i seggi dei collegi uninominali. Il governo del Paese, quindi, è contendibile. È questo il primo messaggio del voto regionale. La premier l’ha subito colto e punta a  riscrivere la legge elettorale per fermare l’opposizione. La Meloni teme di perdere elezioni e governo. Dal punto di vista del sistema, tuttavia, esiste il rischio di un possibile stallo istituzionale nella prossima legislatura. La prossima battaglia politica, quindi, riguarderà la legge elettorale più che il referendum sulla giustizia. Ma c’è un secondo messaggio del voto.

Il conflitto tra mediatizzazione e territorializzazione

Al nord e soprattutto al sud Fratelli d’Italia non ha registrato i successi che gli attribuiscono i sondaggi nazionali. Il partito della Meloni è arretrato quasi ovunque rispetto alle politiche e alle europee, che rappresentano la fase di espansione di FdI. I partito è risultato in crescita solo rispetto alle regionali del 2020,  un’altra epoca politica. In Veneto è quasi dimezzato rispetto alla Lega di Zaia. In Campania e Puglia ha lottato con Forza Italia per rimanere primo partito della coalizione. La presidente del Consiglio si è spesa in prima persona alle amministrative, contro la tradizione che vuole il capo del governo, rappresentante di tutti i cittadini, in posizione defilata rispetto all’arena politica. Ma nonostante il suo impegno (a Napoli c’è stata una passerella di ministri), le sue promesse, il suo ballo saltellante contro i “comunisti”, non è riuscita a consolidare la sua egemonia e la sua immagine di leader vincente. E riuscire a mantenere questa immagine attira consensi: è l’effetto del carro del vincitore. Invece ha subito la delusione di risultati mediocri. Per la prima volta, ha dovuto fare i conti con un clima politico che sembra mutare attorno alla sua figura.

Di fatto nel voto si è consumato un conflitto tra centro e periferia in una versione aggiornata: tra la mediatizzazione della politica (imposta dal centro) e la territorializzazione. La premier ha puntato tutto sulla sua immagine di leader nazionale, che risolve i problemi del Paese e internazionali. Ha scommesso sull’appartenenza, sul voto di opinione legato alla sua comunicazione onnipresente sui social e sui canali tv (privati e pubblici) piegati alla sua logica autocelebrativa. Era persuasa che la personalizzazione su di sé e la spettacolarizzazione permanente l’avrebbero sostenuta. Ma il voto di opinione è mancato e ha segnato la riemersione della territorializzazione, la priorità della periferia. Con essa hanno prevalso le reti di fiducia interpersonale. Si sono imposti temi diversi da quelli dei talk show: la salute, l’economia e il caro vita che logora il potere di acquisto, i trasporti continuamente in tilt, la scuola pubblica in declino. Senza contare le diseguaglianze e l’impoverimento di alcuni settori sociali. La territorializzazione del voto ha riportato in primo piano la realtà difficile di un Paese che non cresce, ha oscurato lo schermo scintillante della mediatizzazione della Meloni. Anche quando gli elettori hanno premiato la destra, hanno preferito l’usato sicuro Zaia, o a sinistra il giovane della speranza Decaro rispetto alla premier lodata da Trump. I territori hanno imposto un cambio di prospettiva: la politica vista dal basso. In essa i cittadini ancorano le scelte all’esperienza individuale e sociale della vita quotidiana Questo scarto tra mediatizzzazione e territorializzazione è costato alla Meloni la sua prima battuta d’arresto. La sua egemonia si è incrinata. Il sud potrebbe affidare i collegi uninominali all’opposizione,  minaccia la sua sconfitta alle politiche del 2027. Anche l’astensione oggi sembra penalizzare la destra, perché il malessere della società comincia a coagularsi contro la Meloni. Il voto ha lanciato un monito: puoi perdere.

La politica vista dal basso e la ricerca di risonanza sociale

Forse si è aperta una nuova fase nella quale il centrosinistra può essere competitivo e calcolare di vincere. Ma il percorso è  lungo e non c’è molto tempo. Il voto nelle regionali ha confermato la centralità del Pd nell’alleanza, riconoscendo che la Schlein ha fatto bene a insistere sull’unità della coalizione. Non è un errore spostare il Pd verso sinistra per recuperare elettori dall’astensione e dal M5S. Questo non vuol dire che le ambizioni di Conte di diventare il candidato premier della coalizione si placheranno, ma il voto sembra indicare una direzione diversa. Il discreto risultato della Casa riformista di Matteo Renzi apre uno spazio anche per la concorrenza verso il centro e avverte Calenda attratto dalla prospettiva di un centro svincolato dai poli e in grado di dialogare autonomamente con la Meloni. Ma i problemi da affrontare sono difficili. Occorre un programma che nasca da una analisi corretta della società e del suo scontento.  E  dalla capacità di proporre una proposta in grado di soddisfare differenti segmenti sociali. Il problema è che anche il centrosinistra ha difficoltà a interpretare la frattura tra centro e periferia e a sua volta deve imparare a guardare il Paese dal basso. È riuscito nelle regioni in cui si è votato, ma non basta. Non è complicato scrivere il programma, è difficile farlo entrando in relazione con il mondo sociale, utilizzando un linguaggio che i cittadini riconoscono, non guardando la società dall’alto. È questo il significato della critica di Prodi: “Il centrosinistra ha voltato le spalle al Paese”. Le città premiano i progressisti, le province li fanno perdere: serve vedere le cose dalla periferia. Serve ritrovare la risonanza sociale per attirare nuovi elettori, per avere un’offerta per i moderati (a cominciare dai cattolici) sensibili all’equità e ai diritti, per recuperare voti a destra come sarebbe successo in Puglia e Campania. Il limite del Pd è che la leadership della Schlein sembra poco allineata alla ricerca di consensi oltre i confini della sinistra. A rappresentare il coinvolgimento di “una come noi”. Mobilita i suoi non gli altri. E occorre una  offerta che trasmetta alle persone la percezione che la proposta  politica li riguardi, che li tocchi da vicino, persino che li commuova. Che “risuoni” con i cittadini. È il compito della  leadership in questo tempo. La partita è difficile, ma è aperta.



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