Di Questi Tempi

Politica società e digitale di Sergio Baraldi


La premier e la costruzione di un partito mainstream

Il discorso di Giorgia Meloni all’incontro di Comunione e Liberazione a Rimini sembra confermare che la premier sta attuando una nuova strategia per le prossime elezioni politiche. È un’azione efficace, che combina strategia politica e cambiamento della legge elettorale. Forse l’opposizione dovrebbe decifrarla con maggiore attenzione, senza cadere nella sottovalutazione dell’avversario. L’operazione della premier conduce a diventare un partito mainstream, un concetto cui gli studiosi di scienze politiche riconoscono una importanza crescente. Finora l’opposizione ha descritto la Meloni come una outsider che grazie a un uso accorto della legge elettorale ha vinto le elezioni, ma che resta leader di una maggioranza relativa o della minoranza più numerosa del sistema politico. La premier viene raccontata come una “challenger”, una sfidante del sistema democratico, una postfascista che tale è rimasta. Secondo questa linea, la vittoria della destra sarebbe un effetto delle diverse crisi che hanno investito il Paese, ma una volta che gli elettori avranno valutato i risultati del suo governo e le conseguenze delle crisi saranno assorbite, la destra verrà sconfitta, se l’opposizione si presenterà unita. È una interpretazione che ha delle valide motivazioni. Ma sembra considerare il ciclo della destra prossimo al declino. Questa lettura del fenomeno Meloni viene contraddetta da alcune questioni. Innanzi tutto, il voto  a destra rimane non solo significativo, ma appare per ora stabile in Italia e in Europa. Sulla base delle ultime elezioni europee si ha la percezione che, in realtà, stiamo assistendo a un’ulteriore svolta a destra dell’elettorato, che sembra ancora propenso a premiare una destra escludente. È sufficiente confrontare il numero di partiti di destra al governo nel passato con la situazione di oggi per avere una conferma di questo mutamento. Infine se si guarda alle indagini sull’opinione pubblica europea condotte dalla Ue, i dati dello European Social Survey (ESS), si scopre che le attitudini populiste (anti-elitismo, centralità del volere del popolo, avversione all’immigrazione) sono abbastanza diffuse non solo nell’elettorato di destra. Si tratta di segnali che mostrano come il populismo, una delle varianti della destra contemporanea, sembri destinato a rimanere una costante del sistema politico europeo e italiano per un periodo non breve. È in questo scenario che andrebbe esaminata la mossa della premier. L’ obiettivo sembra la costruzione di una narrazione, di una immagine, di un posizionamento di partito mainstream da parte della principale forza della destra radicale.

La Meloni e la costruzione di un partito mainstream

Per partito mainstream gli studiosi intendono quei partiti politici consolidati, rappresentati nelle istituzioni, che sono al governo o che si alternano tra governo e opposizione, che hanno un ampio consenso e si possono considerare protagonisti del sistema democratico. In genere hanno una collocazione al centro o in posizioni moderate. Ma di recente alcuni studiosi hanno riformulato questa definizione. I professori Daniele Albertazzi e Mirko Crulli, in un interessante saggio sulla rivista “West European Politics” dal titolo “The mainstream in contemporary Europe: a bi-dimensional conceptualisation”, hanno rivisto, espandendolo, il concetto. La critica alla definizione tradizionale di partito mainstream riguarda il fatto che essa considera solo il lato dell’offerta ed è fondata su una definizione funzionale, esamina gli attori politici dominanti. Ma per i due studiosi questo aspetto non è sufficiente a stabilire che un fenomeno sia mainstream. Il difetto è di non considerare il pubblico, i cittadini. In una parola: il lato della domanda. Un partito per essere mainstream deve essere tale anche nella mente dell’opinione pubblica e raccogliere un consenso più vasto del suo risultato elettorale. La DC era un partito mainstream per questa ragione. E lo era anche il PCI. Questa concezione di partito mainstream, il suo essere la corrente principale, si riferisce al fatto che le attitudini della destra,  populista radicale o estrema, dovrebbero essere condivise dalla maggioranza dell’opinione pubblica. Si può forse sostenere che rappresentano un senso comune. Guardando alle statistiche ESS si può notare che certi atteggiamenti populisti oggi sono abbastanza diffusi nella società, oltre i confini della destra. Ma quando si passa alla destra radicale o estrema, area da cui proviene Fratelli d’Italia seguendo la classificazione degli studiosi, il quadro cambia molto. Questa destra è caratterizzata da alcune ideologie come il nativismo (considerare la società composta solo dai cittadini nativi, che devono essere privilegiati contro la minaccia degli immigrati), e dall’autoritarismo (una visione della società rigorosamente ordinata, gerarchizzata, dove le violazioni dell’autorità sono punite severamente). Ma il cittadino medio europeo e italiano chiede una regolazione dell’immigrazione, ma secondo i dati dell’ESS non sembra abbracciare una visione autoritaria della società o una sua idea nativista. Anzi, gli europei sembrano sostenere la democrazia liberale. Quindi secondo un concetto più dinamico di maistram, non basta esaminare il lato dell’offerta dei partiti, occorre tenere presente anche il lato della domanda: non sono mainstream solo i partiti dominanti dal punto di vista elettorale e governativo, è necessario che le idee di un partito siano largamente maggioritarie tra gli elettori. L’essere mainstream  non qualifica solo chi detiene il potere, è l’esito di un processo di costruzione sociale che determina una egemonia sulla società. La conseguenza che possiamo trarre riguardo all’Italia è che Fratelli d’Italia (come la Lega), per quanto forte nelle istituzioni, non fa ancora parte del mainstream ideologico del Paese. La stessa figura della Meloni non fa parte del mainstream: i dati sulla sua fiducia come premier tendono a scendere invece che a salire. I cittadini sembrano legittimare una visione della società che, per quanto conceda spazio ad alcune critiche populiste, non approvano a maggioranza le posizioni della destra radicale e di quella estrema, in Italia rappresentate da Fratelli d’Italia e dalla Lega. Questo scenario pone un problema all’opposizione e alla maggioranza. L’opposizione è sfidata a diventare rappresentativa di una ampia maggioranza del Paese, cioè di diventare mainstream. La premier deve fare i conti con i limiti del suo successo: dopo tre anni di governo, nonostante l’occupazione sistematica del potere, a dispetto dei media soprattutto le tv pubblica e private che la sostengono, i valori suoi, del suo partito, della sua maggioranza parlamentare non sono (ancora) diventati mainstream. La novità di Rimini è che anche la premier ha fatto questa considerazione e ha messo in campo una strategia per dialogare con mondi finora lontani dal suo: la Cisl, il mondo cattolico tradizionalista di Comunione e Liberazione, l’impresa che non sia quella delle partite Iva. La politica dell’identità, che pure in passato ha sostenuto la crescita della Meloni, oggi non basta per modellare un sistema di idee, di narrazioni, di valori egemonici nella società. 

La destra tra normalizzazione e mimetizzazione 

 L’effetto non voluto del discorso di Rimini è che la premier ha rivelato con precisione in cosa consiste la sua vulnerabilità: lei e la sua maggioranza oggi non riescono a far diventare “normali” le idee che la guidano, cioè a essere considerate “accettabili” persino “desiderabili” da una maggioranza di cittadini più ampia dei suoi elettori. Non riesce a essere un elemento di aggregazione identitaria nazionale. Ma l’ambizione della Meloni sembra proprio questa: diventare il partito della nazione, vincere di slancio le prossime elezioni e attuare il vero cambiamento cui aspira: ridisegnare l’impianto istituzionale e politico del Paese.  Perché tutto questo accada è necessario che il suo discorso diventi il discorso dominante. Il mainstream, infatti, ha la forza di definire cosa è legittimo in una società e cosa è marginale, escludendo le posizioni alternative. Ha ragione il professore Albertazzi quando delinea il mainstream come un campo di lotta politica in cui chi vince può definire la realtà sociale. È quello che la premier tenta di fare, descrivendo un’Italia che non corrisponde  all’esperienza quotidiana dei cittadini (economia in difficoltà, potere di acquisto ridotto, salari bassi, anche sulla sicurezza ci sarebbe molto da dire). Lo ha fatto anche con Comunione e Liberazione dove, come ha notato Rosy Bindi su l’Avvenire, ha scelto di legittimare il movimento cattolico che l’ha confortata con un’ovazione, delegittimando altre importanti realtà, come l’Azione cattolica, meno propense a darle ragione. Di fronte a un’opposizione di centrosinistra che fatica a contrastarla e a proporre un’idea nuova del Paese (capace a sua volta di diventare mainstream), la Meloni ammette il suo punto debole: non ha la presa egemonica sulla società. La strategia di Rimini punta a colmare il vuoto e a includere settori sociali assimilabili alla destra nella lotta per il consenso.

  Quella della premier è una svolta moderata? La possibile risposta impone molta cautela. Il passaggio di Fratelli d’Italia dall’opposizione al governo ha spinto il partito a non coltivare l’estremismo, ma paradossalmente non sembra avere evitato una radicalizzazione e polarizzazione delle sue politiche. A Rimini lo si è visto nell’attacco ai magistrati, nella difesa a oltranza della politica migratoria, nelle promesse di una politica per la casa e di una riduzione del carico fiscale per il ceto medio. L’estremismo del passato non viene esibito, ma restano centrali nel suo discorso la politica contro l’immigrazione, la visione sicurtaria, un’idea corporativa della società, come elementi di identificazione rivolti all’elettorato di destra. La Meloni da una parte tenta di svincolare partito e maggioranza dalle posizioni più estremiste, innescando in questo modo il duello continuo con Salvini, dall’altra resta lo stile populista,  permangono le issue radicali come interpretare il suo ruolo di premier come rappresentante di una parte contro l’altra. La strategia di allargamento della base elettorale non sembra tradursi in una conversione pragmatica al centro, semmai sembra puntare a un’integrazione senza moderazione nel sistema italiano ed europeo, lei che è partita da posizioni antisistema. La Meloni rimane in bilico sul crinale di una “normalizzazione” della destra di governo, al massimo archivia le posture antisistema. Invece etnocentrismo, tendenza securtaria, ordine gerarchico sono continuamente sottolineati come carte utili per intercettare gli indecisi, gli astenuti, una quota dei moderati. La destra della Meloni per ora sembra preferire alla normalizzazione (forse vissuta come un tradimento) una mimetizzazione, cioè un’attenuazione di toni e temi controversi e divisivi. Sorge qui un’ambiguità di cui non si è liberata fino ad oggi: dopo la vittoria elettorale si può sempre riappropriare di certi temi per mantenere l’identificazione con l’elettorato più leale. A Rimini la Meloni ha anche confermato la centralità della sua leadership, della sua immagine, della sua oratoria. È suo il compito di entrare in sintonia con nuovi settori sociali, di allargare la possibile platea elettorale, di rifare il make-up del partito. Sembra  consapevole che i problemi strutturali del Paese permangono, forse per questo dal palco non ha dato risposte concrete all’opinione pubblica ma nuove promesse. E non ha posto al centro l’agenda del Paese, ma si è mossa ancora una volta sul piano della comunicazione, spinta dall’esigenza di dare agli elettori vecchi e soprattutto ai potenziali nuovi, un duplice segnale: di continuità con la sua storia politica, di disponibilità a cambiamenti (i “mattoni nuovi”). Delinea una destra capace di conservare cambiando. La mimetizzazione serve a questo scopo: costruire fiducia, perché la vittoria non è assicurata. 



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