Di Questi Tempi

Politica società e digitale di Sergio Baraldi


La società emotiva e il referendum sul Potere

Il presidente Mattarella ha tentato di ricondurre il dibattito sul referendum entro i limiti di un confronto che non sia imperniato sulla delegittimazione reciproca e che non discrediti le istituzioni. Ma il rischio è che le condizioni politiche potrebbero sollecitare una spinta in direzione contraria: verso la radicalizzazione. La questione principale è che la destra ha reagito in modo scomposto quando i sondaggi hanno cominciato a rilevare una rimonta del No. Non è detto che il No vinca, ma secondo diverse analisi il Si può vincere se riesce a mobilitare in modo compatto il proprio elettorato. L’affluenza, quindi, sembra il fattore determinante. Finora la destra al governo non aveva preso in considerazione l’ipotesi della sconfitta. I sondaggi davano il Si avanti con un ampio margine. Ma da qualche settimana il quadro si è dinamizzato, il no ha guadagnato molto terreno. La Meloni deve portare alle urne i suoi e per riuscirci probabilmente dovrà radicalizzare lo scontro e condurre in prima persona la battaglia referendaria, intestandosi lo scontro con i giudici e con l’opposizione. I primi segnali già si vedono. Il ministro Nordio ha fatto la sua parte: ha lanciato alcuni attacchi scomposti ai magistrati, che hanno provocato l’intervento di Mattarella, che si rivolgeva innanzi tutto a lui, anche se non solo a lui, nel suo intervento. Ma l’accusa di Nordio ai giudici di essere paramafiosi, ha finito per fornire argomenti all’opposizione: ha confermato che il disegno del governo è il controllo politico della magistratura. In un clima di opinione incerto dovrà scendere in campo la premier per sostenere il Sì. 

La società emotiva e  il potere di convocazione 

Il problema con il quale deve misurarsi la Meloni è che non sarà sufficiente fornire  ragioni tecniche per votare sì. L’onere di spiegare la riforma ricade soprattutto sulla destra, ma per mobilitare il suo elettorato, occorrerà agire su altre leve. Quella  attuale sembra una società emotiva, in cui l’opinione pubblica viene declinata più in base alla passione, al sentire, che al comprendere.”Controlliamo il mondo meno di quanto lo sentiamo” ha scritto il sociologo Maffesoli nel libro “La trasfigurazione del politico”. La Meloni deve sintonizzarsi con il sentire del suo pubblico. Nella società emotiva, la chiave di lettura della interpretazione della realtà è spesso l’emozione, per molti una scorciatoia cognitiva per agire. La premier dovrà riuscire a motivare, a organizzare, utilizzare le risorse simboliche ed emozionali che ha a disposizione. Si tratta di investire sull’identità dei suoi elettori, sulla percezione di un’ingiustizia (i giudici non ci fanno governare). Dovrà suscitare un supporto fondato sull’impegno morale dei suoi elettori (dare al Paese una giustizia “giusta”, battere un’opposizione pericolosa). Sono tutte risorse che indicano la necessità di stabilire una connessione con il pubblico e suscitare un’ampia risonanza sociale. Non sarà facile. Il teatro di questa strategia sono i media e in particolare social e tv. L’incertezza del referendum indica che per vincere la premier dovrà impegnarsi personalmente per connettersi con il sentire sociale dei suoi. Maffesoli spiega che il sentire sociale è un’atmosfera che si respira in un certo momento, che disegna le relazioni e le azioni. In questo quadro, entra in scena il potere di convocazione della leadership, cioè la sua capacità di attirare l’attenzione, l’interesse, il consenso del pubblico per “abilitarlo a rispondere all’appello”, come scrive Pietro Trupia nel libro “Potere di convocazione”. La premier come soggetto convocativo deve suscitare l’iniziativa del suo pubblico attorno a un progetto. La convocazione non è domanda e non è risposta. È la capacità di suscitare l’iniziativa discorsiva, l’azione dell’altro, partendo dal riconoscimento della sua importanza. La convocazione ha un ruolo centrale nell’esercizio della leadership e in generale in tutte le interazioni. Più numeroso è il raduno, maggiore è il potere di convocazione della persona. È come in un processo: il difensore per vincere deve assumere come proprio il mondo cognitivo, emotivo, esperenziale della giuria, il suo elettorato. Ma la Meloni avrà questa capacità? Lei sembra più propensa al comando, al controllo, alla seduzione. Il soggetto che chiama (convoca) dovrebbe attivare il protagonismo dell’altro, mentre la premier tende a intervenire sull’altro, a manipolarlo, a incitarlo. Infatti la Meloni sembra già muoversi in questa direzione, iniziando a radicalizzare la posizione del Sì. Forse vedremo ricomparire temi che hanno alimentato la destra populista: i perdenti economici, il contraccolpo culturale, lo scontento politico verso le istituzioni e in particolare la magistratura, la patologia sociale come gli scarsi livelli di fiducia. Ogni strale sarà indirizzato verso i giudici e verso le opposizioni, costruiti sempre come nemico. 

Il messaggio del referendum sul Potere

La sfida della convocazione per il referendum ci avverte che la centralità nella contesa intorno alla giustizia appartiene alla comunicazione. Ci ricorda che comunicare è anche e sempre agire. Gli argomenti di merito sulla riforma, in realtà, passano in secondo piano. La sfida ormai è essenzialmente politica. E se è politica è comunicativa. Del resto nella società emotiva l’azione si è spostata da un fare a un sentire, che fa riemergere il sentimento passionale comune, fa scattare l’identificazione. Per queste ragioni difficilmente la Meloni mostrerà il volto di una destra normalizzata, moderata. Al contrario, dovrà rivelare la sua natura di destra radicale, aggressiva, che non sopporta i vincoli costituzionali degli altri poteri dello Stato, come il controllo di legalità esercitato dalla magistratura. Inoltre il potere di convocazione non opera solo su una sorta di situazionismo emotivo, ma anche sul messaggio. La radicalizzazione impressa dalla destra trasmette il vero messaggio dello scontro referendario: è una battaglia attorno all’idea di Potere. Sia all’interno, tra i poteri dello Stato, governo contro magistratura e opposizione, sia all’esterno nella società. È un conflitto tra chi vuole un mutamento dell’equilibrio istituzionale a vantaggio del governo, e la  conseguente verticalizzazione del potere. e chi è contrario e difende un assetto democratico pluralista di pesi e contrappesi, previsto dalla Costituzione. È probabilmente questa frattura che Mattarella cerca di evitare o contenere. La posta in gioco per la Meloni è alta. Se vince, forse avrà instaurato un premierato di fatto. Ma se perde non potrà ignorare gli effetti sul governo e su di sé, si sarà esposta a quell’effetto Renzi che aveva cercato di evitare. Se perde non sarà semplice proseguire come se nulla fosse accaduto. Sarebbe difficile per il “governo del popolo” non tenere conto del “pronunciamento del popolo”, trasmettendo l’idea di volere rimanere a tutti costi al potere. Ma il paradosso di questa narrazione è che  il potere di convocazione della premier, l’agonismo della destra, rischiano di contribuire alla mobilitazione degli avversari. Rischiano di unirli attorno a valori che condividono, a spingerli ad agire, a votare per fermare il disegno della Meloni. Se la destra attribuisce un significato al referendum, l’opposizione di centrosinistra costruisce il proprio nel duello per la definizione legittima della realtà. Già si delinea la narrazione del centrosinistra: attribuire al No un senso ideologico, un terreno su cui si muove più a suo agio. I progressisti, infatti,  possono ribattere che il governo mette a rischio la democrazia. Anche nel centrosinistra le leadership sono in gioco: il ruolo della Schlein potrebbe cambiare se il No vince o perde. Un sconfitta costringerebbe a ripensare la strategia dell’opposizione e forse aprirebbe alla possibilità di un ricambio della sua dirigenza. La partita però si gioca su chi riuscirà meglio a comunicare con il Paese. La rincorsa della destra a mobilitare i suoi per vincere, ha effetti sul campo progressista. Anche per l’opposizione le emozioni diventano uno strumento per comprendere per via empatica e non solo riflessiva ciò che accade, per interpretare il conflitto attorno all’idea di Potere. Il processo di sentimentalizzazione della sfera pubblica finisce per radicalizzare le opinioni, per polarizzare le posizioni. Nella società emotiva un pensiero divenuto emozionale è difficile da incanalare. L’incertezza del referendum così pone in primo piano non tanto chi riesce a vincere quanto chi riesce a non perdere. 



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