Due fatti in apparenza slegati ci avvertono che la presidenza Trump sembra entrata in una fase carica di incognite per la democrazia americana. Il primo è il discorso che Trump ha fatto a Davos e la nascita del “Board of peace”; il secondo sono i due morti ad opera della polizia Ice a Minneapolis e le manifestazioni di protesta che ne sono seguite. Uno è avvenuto sulla scena internazionale, l’altro all’interno del Paese, ma è coinvolta un’unica strategia: Trump sembra far scivolare gli Stati Uniti verso un autoritarismo competitivo, come lo definiscono gli studiosi. La nozione di autoritarismo competitivo è stata concettualizzata dal professore Steven Levitsky, docente ad Harvard, e dal professore Lucan Way, docente all’università di Toronto, ai primi anni duemila, nel saggio “The rise of competitive authoritarianism”. Risultato di uno studio sul cambiamento istituzionale di alcuni Paesi, come la Russia, la Turchia, l’Ungheria, la Polonia, la Serbia e altri, oggi questa categoria analitica può essere applicata a quella che è considerata la più grande democrazia del mondo: l’America. Secondo Levitsky e Way l’autoritarismo competitivo è un regime in cui le istituzioni democratiche e la competizione elettorale sono ancora considerate il mezzo principale per ottenere ed esercitare l’autorità politica. Ma chi detiene il potere viola le regole per ottenere risultati simili a quelli che avrebbe senza le elezioni. Per riuscirci chi governa si serve del controllo degli apparati statali, della magistratura, della polizia, dei media. per rendere iniqua la competizione. L’autoritarismo competitivo è un gioco sbilanciato: l’opposizione subisce abusi sistematici, lo stato di diritto viene indebolito. La democrazia viene svuotata dall’interno. In questo regime ibrido l’opposizione ha più possibilità di perdere che di vincere le elezioni. Il modello dell’autoritarismo competitivo non si può assimilare al totalitarismo, perché non aspira a un dominio totale sulla società, ma non è neppure piena democrazia. Si oscilla in una dimensione di mezzo, che può peggiorare verso una dittatura o migliorare. Non a caso nell’autoritarismo competitivo chi detiene il potere utilizza le istituzioni statali, come la polizia Ice, per intimidire l’opposizione, limitarla, consolidare il proprio controllo sulla società.
Il progetto di potere dell’autoritarismo competitivo
Per gli studiosi che hanno concettualizzato la nozione, oggi “gli Stati Uniti hanno attraversato la linea dell’autoritarismo competitivo”, hanno scritto in un saggio sulla prestigiosa rivista “Foreign Affairs”, assieme al loro collega Daniel Ziblatt, anche lui docente ad Harvard, autore con Levitsky del libro “Come muoiono le democrazie”. L’errore che non si dovrebbe commettere è pensare che il conflitto politico in corso negli Stati Uniti sia ormai deciso. Le manifestazioni in molte città d’America, la grande protesta di Minneapolis dopo i due morti, dimostrano che gli anticorpi nella società civile americano esistono. E sono in grado di rispondere all’offensiva trumpiana. Anche le elezioni del novembre 2025 hanno confermato che molti elettori sembrano avere preso coscienza di quanto avviene alla Casa Bianca e hanno fatto vincere i democratici. Proprio perché l’esito è aperto, l’ex presidente Obama è intervenuto con un appello al Paese: “I nostri valori fondamentali sono sotto attacco. Dovere di ogni cittadino è opporsi all’ingiustizia, proteggere le libertà fondamentali, chiedere conto al governo”. L’offensiva autoritaria è in atto, forse innescata proprio in risposta alle sconfitte elettorali recenti. Trump vuole scongiurare una crisi di legittimazione che può colpirlo, afflitto com’è da bassi indici di popolarità. La risposta della destra non si limita a utilizzare la “guerra” all’immigrazione per trasformare l’Ice in una sorta di polizia politica al servizio dei trumpiani. Emerge una linea applicata con durezza: molte agenzie governative sono state come militarizzate, schierate contro gli avversari del presidente. Le agenzie governative eseguono gli ordini di Trump, che le ha occupate, nominando ai vertici figure fidate, le ha depurate dei dirigenti indipendenti o sospettati di essere democratici. Le agenzie aprono indagini contro tutti coloro che considera nemici politici: magistrati, finanziatori dei democratici, eletti dell’opposizione, dirigenti pubblici, avvocati. A volte sono contestate accuse minori, come le infrazioni fiscali, applicando le norme in modo selettivo. L’obiettivo è chiaro: intimidire, impaurire, costringere gli avversari a dedicare tempo e denaro a difendersi, rovinare la loro reputazione. Un sistema istituzionale che viene militarizzato non deve solo proteggere chi governa e i suoi alleati, come garantire l’immunità agli agenti ICE contro le inchieste sulle violenze commesse, ma ha lo scopo di favorire operazioni utili a radicare la presa del potere trumpiano. Un esempio sono le cause contro giornali come il New York Times, il Wall Street Journal, o le indagini su quasi tutte le reti televisive, colpevoli di essere indipendenti. Alcune di loro, come la ABC, si sono autocensurate sul presidente. Ma Trump schiera anche amici miliardari per tentare di comprare società di intrattenimento che hanno all’interno importanti televisioni, come la CBS, che non a caso ha cancellato il programma serale di Stephen Colbert critico con il presidente, o la Paramount che possiede la CNN. Il presidente ha cercato di minare le autorità indipendenti come la Federal Reserve di Powell, facendo mettere sotto inchiesta il governatore. Ha usato con disinvoltura il perdono presidenziale per i condannati per l’assalto di Capitol Hill, il parlamento americano, quando perse contro Biden. Per riuscirci Trump non ha esitato a forzare la Costituzione americana o a sovvertire molte leggi. Un esempio è la politica dei dazi, che Trump usa come un’arma sul piano internazionale, nonostante la Costituzione affidi al Congresso, e non all’esecutivo, l’autorità per decidere. Anche i molti ordini esecutivi, che saltano il Congresso, sono l’esempio di un potere spesso usurpato da Trump. Lo scontro sembra essersi aggravato non solo per la psicologia del presidente, insofferente ad ogni bilanciamento dei poteri, egocentrico, narcisista. Il vero problema è che le prossime elezioni a novembre potrebbero fargli perdere il controllo di uno o entrambi i rami legislativi. I sondaggi segnalano un declino del suo consenso, anche se una quota maggioritaria di repubblicani, sembra ancora sostenerlo. Trump però potrebbe perdere le elezioni di mid term e tutto lascia presagire che potrebbe essere colpito da una crisi di legittimazione, che lo indebolirebbe. Una sua sconfitta potrebbe interrompere l’ascesa e la strutturazione del nuovo capitalismo politico, in cui l’azione dello Stato con la priorità della sicurezza nazionale è integrata nel mercato. Il nuovo capitalismo politico è orientato dal presidente, da una ricca oligarchia tecnofinanziara, da una destra che ha preparato la sua rivincita al riparo di influenti centri studi. La delegittimazione di Trump colpirebbe il disegno che si sta dispiegando: un progetto di potere per attuare un cambiamento del regime democratico americano. Trump non può permettersi di perdere, la posta è alta.
L’ombra del Leviatano di Hobbes dietro Trump
Quello che accade a Minneapolis è legato con quanto è avvenuto a Davos, dove Trump ha distribuito minacce e avvertimenti. E dove ha varato il “Board of peace”. In questo organismo si entra per inviti del presidente americano e, come in tutti i club esclusivi, i paesi devono pagare per esserci. Si tratta di un’organizzazione privata, parallela all’Onu, nella quale Trump sarà al vertice anche quando non sarà più presidente degli Usa. Lui nominerà una sorta di amministratore delegato. Il board seguirà le linee dettate da lui, a meno che non ci sia un’ampia maggioranza che dissente. In ogni caso Trump ammette o espelle dal board, ha potere di veto su tutto. Sì tratta di una sorta di società per azioni internazionale nata per distribuire influenza, affari, accordi (come Gaza) nel mondo. Trump sembra autoproclamarsi presidente globale. Nello stesso tempo tende a costruire una presidenza assoluta in patria, svincolata da ogni limite costituzionale che “non sia la mia morale”, come ha affermato. Per questo può arrestare un dittatore come Maduro, che contrastava gli interessi americani (e suoi) sul petrolio venezuelano, per sostituirlo non con la democrazia attesa dai cittadini, ma con la vice-dittatore, flessibile sulla questione determinante su chi comanda per fare soldi. La geopolitica trumpiana così si lega alla politica interna: la sua presa sulle istituzioni e sulla società americana, la sua politica che pone al centro l’economia business oriented, il regime di post-verità che ha inaugurato con manipolazioni, distorsioni, falsificazioni dei fatti (ad esempio su quanto accade in Minnesota), devono essere rigide per potere manovrare a piacimento sul piano internazionale. Anche le Forze armate, forse meno inquinate dal potere trumpiano, sono messe al servizio di questi interessi. Trump crea il disordine all’esterno e all’interno, perché si muove abilmente in questo stato di anarchia (ma non di caos), lo maneggia, lo orienta a suo vantaggio. Le crisi che suscita sembrano dei dispositivi per governare con “realismo” (cioè senza valori o principi) fuori e dentro gli Usa. Questa visione del mondo richiama alla memoria Hobbes e la sua idea dell’ordine. Hobbes considerava lo stato di natura come una “guerra di tutti contro tutti”, giudicava la vita “brutta, brutale e breve”, nella quale solo il sovrano assoluto avrebbe potuto portare la pace. Ma Hobbes non pensava solo alle relazioni tra Stati, la sua visione si estendeva anche al regno nazionale. Perché la nazione possa sopravvivere in un mondo implacabile, il sovrano deve potere esercitare un potere illimitato. Hobbes non immaginava una separazione dei poteri, poi teorizzata dallo stato liberale, voleva che ogni potere fosse concentrato nel sovrano. Trump sembra convinto che il mondo sia una battaglia dove o si vince o si perde e in cui domina la forza. È questo Leviatano che intende costruire. “Non ho bisogno del diritto internazionale” ha ammesso nella intervista al New York Times.
Come reagiranno gli Usa al Leviatano di Trump?
La giustificazione del presidente è che in questo modo sta restaurando l’egemonia americana. I dubbi che l’operazione riesca non mancano: le relazioni con alleati come l’Europa sono logorate e messe a dura prova, ha sfiorato una crisi della NATO con il caso della Groenlandia. In tutto il mondo la fiducia nella potenza equilibratrice e liberale degli stati Uniti è scossa, non sarà facile restaurarla dopo Trump. Dubbi sul futuro dell’economia e sul debito pubblico Usa non mancano. Le basi del potere americano poggiano sullo stato di diritto e sulla sua credibilità (anche finanziaria) all’estero. Il presidente sta smantellando proprio queste basi per fare spazio all’interesse, alla forza di imporre le proprie soluzioni. Come risponderà l’America a questa involuzione della democrazia? Come reagisce alla paura che comincia a circolare? L’America ha le risorse morali e economiche della sua società civile per resistere e sconfiggere il disegno autoritario. È uno stato federale in cui l’autonomia degli individui e dei diversi stati è sentita. Le proteste sono il segno che buona parte dell’opinione pubblica sembra volersi opporre a questa deriva. Saranno le elezioni di novembre a dirci se rappresentano la maggioranza dei cittadini. Il rischio che corre l’America non riguarda solo il volto repressivo del Leviatano di Trump. Le persone potrebbero convincersi che questa dinamica di potere ha vinto, e che prevalga una rassegnata smobilitazione della coscienza democratica, hanno osservato i professori Levitsky, Way, Ziblatt. L’America si trova a combattere un nemico interno. Ed è il suo governo. Le prossime elezioni non saranno una competizione tra due offerte politiche differenti, ma uno scontro tra democrazia e autoritarismo.
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