Il colpo venezuelano di Trump non può essere interpretato usando categorie del passato. Non c’è soltanto il declino del diritto e l’affermazione della forza, o il ritorno dell’imperialismo autoritario. Non basta riflettere sulla decisione strategica americana di concentrarsi sul cortile di casa, il Sud America, sfera di influenza USA, per bloccare la penetrazione russa e cinese. L’intervento sembra una decisione motivata non solo da potenti interessi, come riappropriarsi della riserva petrolifera venezuelana, la più grande al mondo, anche se il suo petrolio ha costi estrattivi elevati. L’osservazione che le forze armate americane poste a guardia del profitto evocano un modello coloniale che richiama l’impero inglese, non spiega del tutto l’intervento. In realtà l’operazione di Caracas sembra causata dalla convergenza di molteplici fattori. Ma dietro la scelta del presidente americano sembra esserci anche l’urgenza di rispondere al rischio di una crisi di legittimazione del trumpismo.
La crisi di legittimazione minaccia il trumpismo
Alle elezioni del prossimo novembre, quando si rinnoverà gran parte del Congresso, Trump potrebbe perdere il controllo di una delle due camere o di entrambe. Il presidente sarebbe depotenziato con un Congresso che potrebbe ostacolarlo. Tuttavia con Trump a essere colpita sarebbe la trasformazione in corso del neoliberismo nella nuova forma del capitalismo politico. Il capitalismo americano, infatti, è entrato in un nuovo ciclo, la cui dinamica e i cui risultati sono sempre più determinati, condizionati da obiettivi e interessi politici. Con Trump il capitalismo Usa ha accelerato una tendenza che era già in atto: l’integrazione dell’azione dello Stato nella logica di mercato per fini di potere. Proprio il Venezuela ne fornisce un esempio: le grandi società finanziarie americane hanno acquistato per tempo quantità di titoli del debito pubblico e dell’ente petrolifero del Paese, sembra tra il 35 e 45% dell’intero debito estero, a prezzi bassissimi, che ora si stanno rivalutando. La finanza Usa si preparerebbe a convertire questo quota enorme di debito venezuelano in partecipazioni azionarie o in concessioni nei giacimenti dell’Orinoco. Il Venezuela si può forse interpretare come una operazione estrattiva in grande stile del capitalismo politico made in Usa. Dal Venezuela alla Groenlandia, infatti, la geopolitica trumpiana sembra governata dall’economia, con un ruolo di primo piano per il business dei gruppi finanziari vicini al presidente. Al punto che potremmo parlare di geoeconomia trumpiana. Il fantasma di una crisi di legittimazione rappresenta una minaccia: potrebbe ritardare, persino interrompere l’affermazione del nuovo sistema, guidato dalla destra radicale, che vuole farsi egemone. Per capirIo è utile rileggere il discorso di Trump per interpretare la giustificazione che ha diffuso. L’intervento militare è spiegato da Trump come necessario non perché crea consenso tra i cittadini venezuelani, restaurando la democrazia a Caracas. A Trump non interessa “esportare” la democrazia. E il consenso dei cittadini americani viene ricercato, ricorrendo alla cornice securtaria: Maduro non è accusato solo di narcotraffico, ma anche di avere utilizzato i venezuelani emigrati in America per danneggiare Trump nelle elezioni, rubandogli la vittoria contro Biden. Trump quindi collega immigrazione, narcotraffico, presunti brogli elettorali (negati da tutte le inchieste) per giustificare all’interno l’intervento militare.
La teatralizzazione della giustificazione
Al centro della verità di Trump c’è l’economia business oriented. Gli Usa hanno necessità di controllare il petrolio venezuelano, da vendere al prezzo che l’America vuole a chi vuole, escludendo cinesi e russi. E questa versione viene rafforzata ricollegando a questa cornice sia la “guerra” all’immigrazione sia la vittoria “rubata” al presidente. L’intervento, quindi, ha l’obiettivo di garantire la stabilità e la funzionalità del capitalismo americano in cerca di sbocchi per evitare un calo dei profitti. Nonostante il racconto trionfale dell’amministrazione, il capitalismo Usa, infatti, corre il rischio di non potere mantenere la promessa di un benessere diffuso per i cittadini americani. Trump, in realtà, motiva l’intervento con una giustificazione autoreferenziale: il sistema politico-economico americano agisce per garantirsi un’autoriproduzione di lungo periodo. E per scongiurare la difficoltà di sostenere il benessere diffuso. Inoltre la svolta trumpiana, che è la rappresentazione politica del nuovo capitalismo, ha necessità di consolidarsi. La giustificazione è fondamentale nel discorso presidenziale: essa serve per razionalizzare e difendere la scelta delle elezioni 2025, per assicurare ordine e coerenza, per conservare lo status quo. La giustificazione collega potere, norme, discorsi che devono produrre la costruzione della realtà sociale che i cittadini sono chiamati a condividere e appoggiare. La giustificazione è il pilastro di una narrazione che sostiene l’assetto attuale e, nello stesso tempo, delinea un ordine normativo: l’America impone la legge dell’impero, è pronta a usare la forza per proteggere il proprio primato di superpotenza. Ma la forza viene usata anche all’interno contro gli oppositori.
Da una parte Trump sembra innescare il disordine esterno e interno, dall’altra sembra poterci convivere, abitarlo con cinismo. Per riuscirci Trump attinge alla sua seconda natura: l’essere uno showmen istintivo, disposto a recitare anche falsi copioni. La narrazione per lui è innanzi tutto spettacolo, sensazione, simbolo. È riuscito a mandare in onda in mondovisione lo spettacolo della guerra e del processo a Maduro. Trump non nasconde la giustificazione autoreferenziale del capitalismo politico. Anzi attraverso la narrazione ne compie la teatralizzazione. La espone in vetrina. La rivende come teoria vincente ispirata alla storica dottrina Monroe. La giustificazione, in questo modo, agisce come ri-legittimazione del trumpismo. Il colpo di scena, con tanto di film degli aerei Usa che bombardano, sembra ricercare applausi plebiscitari in Usa e nel mondo, forse per allontanare il rischio della sconfitta a novembre. Habermas ci ha spiegato che la crisi non ha solo una ragione economica, come voleva Marx, ma origina quando “ la struttura di un sistema consente minori possibilità per la soluzione dei problemi di quante ne occorrerebbero per assicurare la conservazione del sistema». La crisi sorge se la società percepisce che le strutture che la governano poggiano su una falsa pretesa di validità. Se le istituzioni non riescono a giustificare le proprie decisioni, il potere, generando una perdita di consenso. In effetti i segnali che il trumpismo stesse erodendo il suo consenso, si stavano moltiplicando. Il presidente americano ha anticipato il problema. Ha rilanciato la sfida, come sua abitudine, mescolando ragioni economiche, affari e politica. Non è detto che funzioni, ma non si può negare che il presidente stia scommettendo su un’immagine “vincente”, di leader forte, di se stesso. Del resto ha fatto scrivere sul sito della Casa bianca: “Non c’è commercio come quello del signor Tariffa”.
La post verità satura lo spazio comunicativo
Siamo, dunque, in presenza di una prova di forza che sottintende la strutturazione del neoliberismo in capitalismo politico. E ne afferma la centralità. L’egemonia americana, in crisi da tempo, viene restaurata con un atto di dominio. Non a caso Trump, consapevole che l’onda emotiva suscitata dall’operazione militare potrebbe rafforzarlo, ne approfitta per avvisare altri Paesi che c’è un nuovo sceriffo in città. E che spara con precisione. Del resto non c’è migliore strategia di successo del successo. Trump rappresenta il tentativo aggressivo della superpotenza di preservare se stessa. Contro questo movimento, la risposta che invoca l’etica, che recupera il valore del diritto, messa in atto da tanti progressisti e dalla sinistra, non sembra in grado per ora di proporre una contro-egemonia. Sono ragioni valide, comprensibili, ma devono fare i conti con la post-sfera pubblica, in cui il valore di ciò che è vero è scavalcato dalla performance emotiva. Quello che leggiamo o ascoltiamo non deve necessariamente essere vero, ma deve sollevare emozioni, richiamare convinzioni pregresse, attivare reazioni, suscitare una credibilità non più basata sulla dimostrazione dei fatti ma sulla percezione, sulla sintonia emotiva. Che è soggettiva non oggettiva. È vero ciò che risuona nelle persone, proprio come la storia di un film. È lo spettacolo della post verità: viene ridefinito ciò che è credibile, che è dicibile, che è vero, erodendo ogni la relazione di fiducia.
Allo spettacolo trumpiano occorre rispondere con una narrazione opposta ma coinvolgente. Una via potrebbe essere agire sullo scarto tra le domande sociali reali e la strategia della giustificazione autoreferenziale. Un video efficace lo ha diffuso Bernie Sanders, il leader della sinistra democratica americana, che dopo avere dichiarato incostituzionale l’intervento militare di Trump, lo ha messo in contrapposizione con le attese degli americani che vanno avanti “stipendio dopo stipendio” tra crescenti problemi. L’esperienza quotidiana contro i marines. Ma è solo un episodio contro uno spettacolo replicato su tutti gli schermi. Trump infatti punta a saturare lo spazio comunicativo mediatizzato per imporre la post verità. Non a caso torna in primo piano la seconda serie sulla Groenlandia da occupare o comprare. Un’altra via potrebbe essere immaginare una diversa strategia politica ed economica dell’Europa, che compia passi concreti verso una maggiore autonomia strategica rispetto agli Usa. Da una parte il linguaggio mediatico orientato da potere e denaro, dal controllo e dall’ottimizzazione, che trasforma la comunicazione in uno strumento di influenza, persuasione, manipolazione; dall’altra un linguaggio che tiene aperta la via del dialogo, della condivisione delle difficili battaglie della vita di tutti i giorni delle persone, che però deve catturare l’attenzione.Trump per ora sembra avere evitato il fantasma della crisi di legittimazione, interpretando l’espansione del capitalismo politico come nuova frontiera. Ma la battaglia non è finita a Caracas. Ci sarà un sequel.
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