La possibile vendita di Repubblica e della Stampa al gruppo greco Kyriakou, una famiglia di armatori che possiede radio tv e piattaforme in vari paesi dell’Europa dell’Est, rischia di diventare lo specchio della crisi strutturale del giornalismo e dell’editoria nazionali. La cessione è stata spesso analizzata senza tenere conto della posta in gioco che riguarda il Paese. A destra la si interpreta come la sconfitta di giornali che si sono schierati dall’altra parte. Una parte della sinistra la considera la giusta sventura che colpisce un esponente dell’imprenditoria italiana, Elkann-Agnelli, che pensa a fare i suoi affari, a smantellare le sue imprese in Italia per andarsene all’estero. Sempre a sinistra qualcuno attribuisce a Repubblica la responsabilità della sconfitta politica alle elezioni. Ma la cessione di giornali che fanno parte del patrimonio culturale italiano, indipendentemente dalla linea politica, dovrebbe preoccupare tutti. La storia della Repubblica e del gruppo L’Espresso ha rappresentato il modello vincente del giornalismo degli anni Ottanta e Novanta, quella che gli studiosi hanno definito la “terza fase” della comunicazione. Il suo successivo declino degli ultimi anni e ora l’ipotesi della vendita segnano non solo il fallimento del capitalismo italiano, rappresentato in questo caso da due esponenti di primo piano, De Benedetti e Elkann, ma richiamano la difficoltà dei giornali di mettere in campo una strategia che impedisca di arrivare all’insostenibilità economica dei quotidiani, di adattarsi alla nuova fase della comunicazione e al mutamento della sfera pubblica. La vicenda di Repubblica riguarda tutto il giornalismo e pone con urgenza il quesito su quale possa essere (se c’è) il ruolo dei giornali nel nuovo assetto comunicativo del digitale.
Scalfari, l’invenzione del modello della terza fase
Repubblica è stata fondata nel 1976 da Eugenio Scalfari e Carlo Caracciolo senza avere molti capitali, ma sulla base di un’idea imprenditoriale il cui nucleo era culturale e politico: intendevano dare voce e rappresentanza alla parte progressista del Paese. L’Unità e Paese Sera erano riusciti a intercettare solo una parte di quei lettori, perché erano testate legate al vecchio modello di giornali che fiancheggiavano una forza politica (il Pci), in anni in cui l’identificazione con i partiti era ormai indebolita. Scalfari pose al centro del suo disegno l’idea di una modernizzazione della sinistra, senza la quale non sarebbe andata al governo e il Paese non sarebbe cambiato. Ma il nuovo giornale fu determinante per un’altra questione: segnò il superamento del modello comunicativo del passato, quello che due studiosi americani, Blumler e Kavanagh, nel saggio “The third age of political communication: influences and features” in “Political Communication” 1999, hanno definito la seconda fase, cominciata negli anni Sessanta e dominata dalla tv. Si trattò di una periodo in cui si allentarono le lealtà politiche ai partiti, si ampliò l’audience, i politici impararono ad adattarsi allo stile televisivo. Era una fase del tipo dall’alto al basso: da giornalisti e politici, che costruivano l’agenda pubblica in un rapporto di collaborazione, verso i cittadini. Con il nuovo quotidiano Scalfari ha chiuso quel tempo e ha inventato e interpretato il modello di giornalismo della nuova stagione, la terza fase, presto imitato da tutti. La terza fase è stata caratterizzata da una proliferazione di mezzi di comunicazione (si pensi ai canali tv), dall’inizio dell’abbondanza di informazioni, da un incremento della competizione, dalla professionalizzazione, dalla popolarizzazione di contenuti e protagonisti. Dopo l’esperienza dell’Espresso, Scalfari anticipò alcune tendenze di fondo: la spettacolarizzazione del dibattito pubblico, la personalizzazione dei politici presentati come leader, il racconto dei retroscena. Scalfari ideò la settimanalizzazione del quotidiano: ampliò e innovò l’offerta di contenuti, puntando sulle inchieste, sulla cultura rinnovata, sulle analisi. Rovesciò il rapporto di potere tra giornalismo e politica: il giornalismo era più debole rispetto alla politica di governo, Repubblica impose la competizione in un rapporto paritario. Scalfari investì sull’autorevolezza e sulla centralità del nuovo giornale. In più occasioni rivendicò a Repubblica il compito di indicare la direzione al Paese e alla politica. Teorizzava quasi un primato culturale. Il direttore riusciva spesso a dettare l’agenda pubblica, come quando pose con forza il tema dell’etica nella politica o della modernizzazione del capitalismo. Scalfari non seguì il valore dell’obiettività, affermò l’idea di sostenere con trasparenza una visione del Paese, un’interpretazione dei fatti, l’attribuzione di un significato, che avrebbero dovuto rispondere a requisiti professionali e etici. Repubblica prendeva parte e prendeva posizione, al punto da apparire come un ”partito” informale. L’ambizione, neppure nascosta, era la centralizzazione del discorso pubblico attorno al giornale. Una strategia funzionale a conquistare quote di pubblico rispetto ai concorrenti, innanzi tutto il Corriere della Sera poi superato in edicola. I suoi lettori si sentivano parte di una comunità. Repubblica ha offerto un modello di successo, instaurando un’egemonia che ha cambiato e modernizzato il sistema dell’informazione. Anche le testate di destra hanno poi assimilato ed estremizzato la sua matrice. In questo scenario, tuttavia, il processo comunicativo restava in mano a giornalisti e politici. I cittadini erano inclusi, ma restavano spettatori. Venivano evocati, rappresentati, ma diventavano protagonisti solo al momento del voto.
Intorno agli anni duemila l’ecosistema comunicativo conobbe una rivoluzione. Internet dilagò, nacquero i social network, sorsero le piattaforme globali. Blumler e Kavanagh ampliarono la loro analisi periodizzante, introducendo la quarta fase, quella attuale. Trasformazioni strutturali investirono la società. Senza più Scalfari e Caracciolo il declino lentamente cominciò. Del resto prima De Benedetti, succeduto a Caracciolo alla presidenza, poi Elkann si sono misurati con questo mutamento senza riuscire a innovare né il modello giornalistico né la dinamica del business. Repubblica ha subito un calo delle entrate pubblicitarie, un ridimensionamento di vendite e abbonamenti cartacei. Entrambi gli azionisti, e i loro modesti amministratori, sono riusciti a ricorrere solo al taglio dei costi. De Benedetti, e la sua amministratrice Mondardini, hanno gestito un continuo ridimensionamento del gruppo, senza avere un’idea di futuro alle spalle. Elkann, con il suo amministratore Scanavino, ha proseguito e appesantito una riduzione dei costi ormai insufficiente. Poi privo di strategia è ricorso alla cessione di un intero ramo d’azienda, i quotidiani locali. Un arroccamento che si è rivelato fallimentare per entrambi gli imprenditori.
La quarta fase e la crisi del modello egemonico di Repubblica
La quarta fase della comunicazione non poteva che avviare la crisi del modello egemonico del periodo precedente. La nuova egemonia apparteneva alle piattaforme, agli algoritmi, all’intelligenza artificiale. Occorre tenere presente che gli editori non erano riusciti a risolvere il dilemma economico che causa il declino dei giornali: il quotidiano di carta perde lettori, che sono sempre più anziani, e inserzionisti, ma i ricavi che si ottengono con il digitale non sono sufficienti a far sopravvivere le aziende. La carta resta fondamentale per le entrate. I giornali sono rimasti ancorati a un modello tradizionale, che non fornisce le risorse per innovare prodotto e impresa. Il sito internet di Repubblica è un successo, ma non basta. Secondo le stime di un esperto come Lelio Simi nel 2024 per Repubblica la quota di digitale sul fatturato è stata del 26 %, , per il Corriere della Sera del 26,4 per cento, per Il Fatto quotidiano, che pure ha investito molto sul digitale, non si supera il 33 per cento. Sono cifre che non sembrano poter crescere per effetto del drenaggio pubblicitario delle piattaforme.
Ma non c’è solo un problema di risorse. Manca una strategia di risposta al cambiamento strutturale. Se prima prevaleva l’uniformità, la coerenza, le relazioni erano più semplici, nella nuova fase domina la complessità, la varietà. Vecchi e nuovi media convivono in un mix di tendenze e controtendenze. È il sistema ibrido e convergente, secondo la definizione di Chadwick, nel libro “The hybrid media system”, in cui ora sono centrali le piattaforme. Esse costituiscono l’ambiente tecnologico e sociale che disintermedia informazione, politica, mercati, consumi, relazioni. Secondo la definizione di Van Dijck, Powell, de Waal nel libro “Platform society”, le piattaforme “non riflettono il sociale: producono le strutture sociali nelle quali viviamo”. La disintermediazione ha rimesso in discussione l’assetto precedente. Si è allargata la base degli attori, che provoca una complessificazione del dibattito pubblico. È esplosa l’abbondanza informativa, che ha avuto un impatto sul giornalismo, alle prese con una molteplicità che non riusciva a governare. L’abbondanza informativa poi ha prodotto un alto potere di scelta del pubblico. Le piattaforme hanno trasformato l’engagement degli utenti in azioni comunicative e proiettato gli individui in una dimensione collettiva, dando ai singoli una visibilità, un’ influenza senza precedenti. I dati rilevati dagli algoritmi hanno iniziato a offrire la targettizzazione dei comportamenti degli utenti, consentendo il loro utilizzo per azioni commerciali personalizzate. Disintermediazione e personalizzazione avanzavano di concerto. Prima la competizione era una contesa tra giornalisti e politici su chi impone la propria agenda, la relazione di potere si era spostata a favore della “media logic” con i politici in cerca di notorietà e visibilità. Adesso la competizione è indirizzata per entrambi verso un nuovo obiettivo: conquistare l’attenzione degli individui. L’ambiente mediale è sovraffollato. L’urgenza è connettersi con il pubblico. Il potere è in mano a chi riesce a intercettare o creare, spiega Chadwick, “flussi di informazione che si adattano ai loro obiettivi”. In una dinamica instabile, l’attenzione e le percezioni dei cittadini diventano la risorsa fondamentale.
Tuttavia c’è una contraddizione nella contraddizione: i giornali rischiano di sparire, ma conservano un’influenza. Nonostante la rivoluzione digitale, non hanno perso del tutto i loro lettori, anche se non riescono, ha spiegato Lelio Simi in un articolo per la rivista “Il Mulino” (Presente e futuro della carta stampata), a “monetizzare tutta l’attenzione ancora intercettata”. Infatti nonostante il calo di copie e di introiti pubblicitari, i quotidiani restano la fonte più credibile per l’informazione e manterrebbero una funzione, sia pure indebolita, di orientamento per le tv e le radio, per gli utenti nelle discussioni sui social network. Il giornalismo è immerso in una difficile transizione, resa incerta non solo dall’offerta inadeguata (sono tornati di moda i collaterali per fare cassa), ma anche dall’incapacità di operare un radicale aggiustamento della funzione sociale, politica, comunicativa nella nuova fase. In questo quadro, il modello egemonico del passato, Repubblica, non è riuscito a ripetere e superare il proprio successo. La sua crisi sembra riflettere la crisi del sistema dell’informazione: non è mutato solo il sistema comunicativo, si è trasformata la sfera pubblica, cioè l’ambiente in cui operano i giornali.
Dalla crisi del modello alla crisi della sfera pubblica
Dobbiamo ad Habermas la concettualizzazione della sfera pubblica come lo spazio, fisico e virtuale, nel quale i cittadini discutono liberamente e razionalmente di questioni di interesse comune e si incontrano con gli attori politici e di governo. In questo spazio nascono i processi che formano l’insieme di convinzioni, giudizi, idee, valori che costituiscono l’opinione pubblica. I giornali sono stati parte fondamentale di questo processo: la loro funzione è stata di razionalizzare, semplificare la realtà e dare un’ordine alle informazioni, opinioni, fatti. Hanno contribuito a ridefinire il senso di comunità e l’identità collettiva. Di questo paradigma, che possiamo definire tradizionale o liberale, va sottolineato un aspetto: lo sfondo razionale del processo, con lettori che si presumono informati e che vogliono informarsi, e giornali che rendono riconoscibile la direzione dello sviluppo. In questa fase ha prevalso la concezione trasmissiva della comunicazione, in cui il pubblico ha avuto un ruolo passivo e le redazioni il controllo sul processo: gli emittenti decidevano cosa dovevano sapere i riceventi.
Il quadro è mutato con l’emergere di quella che Bernard Manin, nel libro “Principi del governo rappresentativo”, ha definito prima la “democrazia del pubblico” poi rielaborata in “la democrazia dei pubblici” (”La democrazia del pubblico è in pericolo?” in Comunicazione politica, 2014). Una trasformazione strutturale simultanea a quella tecnologica. Il nodo cruciale di questo cambiamento è che non vi è più un unico pubblico, ma vi sono molti pubblici a causa della segmentazione del pubblico. L’elemento decisivo, spiega Manin, è ”che i nuovi mezzi di informazione e comunicazione favoriscono una comunicazione segmentata basata sulla preferenze degli utenti”. Compare una pluralizzazione delle opinioni, irrompono nuovi attori che affermano il proprio punto di vista, producono contenuti o interagiscono con essi. La segmentazione del pubblico non agisce solo nella selezione dell’offerta informativa, ma pure nelle nuove opportunità di agency comunicativa degli individui, che spesso si sovrappone, grazie alle piattaforme, all’azione politica. È una trasformazione strutturale della società: le masse da attore collettivo sono diventate insiemi di attori individuali. Gli individui accumulano esperienze diverse, intrecciano relazioni più ampie, sono abituati a scegliere, decidere, agire da soli. E stabiliscono ciò che vogliono sapere. Con il rischio di voler sapere solo ciò che conferma le proprie credenze, le proprie opinioni. Si afferma cioè la centralità del pubblico, sia come cittadini sia come audience. Trionfa la personalizzazione: le differenti preferenze degli utenti determinano l’offerta. I diversi pubblici si costituiscono condividendo interessi, consumi, valori, emozioni. I flussi di informazione non sono più controllati solo dai giornalisti o dai politici. Conta la capacità dei singoli di connettere, filtrare le informazioni che provengono da tutto l’ecosistema mediale e appaiono importanti nella loro vita quotidiana. Le pratiche sociali sono riformulate, come ci ha spiegato Giddens, in “Le conseguenze della modernità” e alterano la natura della sfera pubblica.
Nel passaggio da ciò che si deve sapere a ciò che si vuole sapere, emerge la crisi di Repubblica e dei giornali. La centralità dei pubblici ridimensiona il loro ruolo di gatekeepers, cioè di custodi che regolamentano l’accesso e selezionano ciò che è notiziabile. Non si tratta più di ridurre la complessità. Di fronte all’abbondanza di informazioni e di scelta dei lettori che smantella le gerarchie, i media devono mostrare la molteplicità, le differenze. Proporre non solo un’interpretazione, ma una difficile sintesi. Come ha spiegato il professore Sorrentino, nel libro “Il futuro del giornalismo” non si può più considerare il giornalismo, secondo la logica del rispecchiamento, un “riflesso di”. Oggi esso è un “riflesso su”, cioè una riflessione sulla realtà che cerca di far comprendere. Di fronte alla moltiplicazione delle rappresentazioni sociali e dei quadri cognitivi con cui leggere il mondo, semmai il problema è diventato un altro: il sovraccarico di definizioni possibili della realtà. I media come produttori di contenuti sono chiamati all’arduo compito di diventare produttori di riflessività in una società frammentata. Nel campo giornalistico emerge l’esigenza di un cambio di paradigma, in cui occorrerà condividere il controllo e individuare una diversa missione. La disintermediazione, la frantumazione delle conoscenze, sovvertono il lavoro di negoziazione delle redazioni (trasformare l’imprevisto in routine), che non è più un monopolio redazionale, ma vi partecipano le fonti, le aziende editoriali, i tanti pubblici, i politici, le piattaforme, gli algoritmi. Repubblica era incardinata sulla centralizzazione del discorso pubblico, ma il presente è frammentato in una proliferazione di discorsi. Ci si deve connettere a una molteplicità di pubblici differenti. I giornali sono investiti da una spinta alla diversificazione. Si passa dalla crisi del modello alla crisi della sfera pubblica.
La post-sfera pubblica e la polarizzazione populista
Non si può più pensare la sfera pubblica al singolare, deve essere immaginata al plurale: la post-sfera pubblica. Essa, suggeriscono i professori Bentivegna e Boccia Artieri nel libro “Voci della democrazia”, è ormai piattaformizzata. Già il professore Dahlgren parlava di post-sfera pubblica in un saggio del 2005 “The internet, public spheres and political communications: dispersion and deliberation” in “Political communication”. La distinzione tra mass media e social media sembra superata con i media che sono nei social. Nella post-sfera pubblica i media rappresentano la competizione tra differenti visioni, diverse definizioni della situazione. La competizione coinvolge la costruzione sociale della realtà per pubblici differenti. L’avvento del populismo ha accelerato questa trasformazione. La base del populismo è la contrapposizione tra popolo (virtuoso e buono) ed élite (privilegiata e malvagia). Nello stile discorsivo del populismo il conflitto politico viene semplificato, ridotto a una lotta tra il popolo buono e l’élite corrotta. È una logica che funziona come efficace scorciatoia interpretativa: offre narrazioni che coinvolgono emotivamente, spiegazioni semplici e immediate, che confermano il senso di ingiustizia vissuto da tanti. Il pubblico viene segmentato, mobilitato attraverso un discorso basato su chiarezza morale e emotività condivisa. Si tratta di una logica comunicativa polarizzante, che afferma quali punti di vista sono accettabili e divide il pubblico in campi contrapposti. Non si promuove il confronto e la deliberazione, ma un antagonismo identitario, un’appartenenza esclusivista, in cui il popolo approva le scelte del leader populista.
Le molte piattaforme algoritmiche, del resto, danno vita a comunità interpretative frammentate, che spesso si rinchiudono in silos informativi, aree estranee ai media tradizionali, visti anzi come nemici, disponibili soprattutto ai messaggi del leader populista. Prevale il modello della esposizione selettiva, dell’apprendimento incidentale, in cui gli individui entrano in contatto con i contenuti attraverso la personalizzazione dei leader o perché sono diventati virali sul web. Prevale la visibilità di messaggi emozionali, semplificati, non poche volte distorti o falsi. L’agenda politica viene strutturata sempre meno per rispondere ai bisogni dei cittadini, i temi vengono scelti perché possono essere funzionali all’indignazione, alla rabbia, al sentimento anti-establishment. L’agenda deve risuonare in sintonia con le emozioni del pubblico. In questo modo non si influisce solo sulla narrazione e sulla identità, si interviene sulle priorità su cui concentrarsi.
Struttura discorsiva del dibattito e disorientamento
La post-sfera pubblica, stratificata su vari livelli, dunque, è polarizzata, reattiva, instabile perché si alternano aggregazioni e dispersioni di utenti più o meno improvvise. È distinta dalla sfera pubblica razionale e argomentativa di Habermas. Non abbiamo un’arena comunicativa per il costante confronto civile. La post-sfera pubblica si caratterizza come uno spazio percorso anche da antagonismi identitari, da mobilitazioni emotive, da tentativi di disinformazione. È un contesto nel quale molti contenuti mirano ad attirare l’attenzione dell’individuo, a mantenerlo connesso per generare traffico e ottenere investimenti pubblicitari. La scena polarizzata come terreno di gioco della democrazia apre un vuoto nel quale i giornali sono chiamati a reinventarsi, a stipulare un nuovo patto informativo con i lettori. Il dibattito pubblico rivela una struttura discorsiva che presenta rischi ma anche opportunità. I rischi derivano dalla privatizzazione del dibattito pubblico, che ormai si svolge su piattaforme private, globali, guidate da una logica commerciale, che si servono di algoritmi di personalizzazione. Gli utenti possono ritrovarsi in “bolle di filtraggio”, che rispecchiano le loro opinioni, approfondiscono la loro divisione dagli altri, li espongono alla manipolazione. In questo quadro possono crescere confusione, disordine informativo. Il disorientamento pervade la società. E il disorientamento trascina con sé incertezze, paure, false convinzioni. Ma l’opportunità è data dalla dinamica conversazionale dei flussi: in essa acquistano nuova rilevanza i temi. In alcuni domini (le public sphericules, le issue publics, le networked publics) molti attori recuperano da più fonti materiali che vengono reinseriti nel dibattito pubblico al di fuori dei media. Spesso scatta un’interazione tra agende private e temi pubblici, che fanno saltare i confini tra pubblico e privato. Questa nuova condizione può restituire ai giornali un ruolo. Un importante studioso, S. Iyengar ha ricordato nel libro “Media politics” del 2023, che molte ricerche confermano che “i temi presenti nelle news sono i temi dei quali il pubblico si preoccupa”. Se a determinare la valutazione della propria situazione personale concorre non solo la realtà, ma la definizione di realtà che le persone si costruiscono, riprendono valenza i temi, o issues, trattati dai giornali nella loro agenda, che interessano i cittadini. Un esempio riguarda l’immigrazione, che molti considerano una minaccia, perché le attribuiscono una consistenza numerica che nella realtà le statistiche smentiscono. Anche l’insegnamento di Scalfari può recuperare una preziosa attualità, se viene meditato alla luce della trasformazione digitale. Se la rappresentazione del mondo dei media ha ancora conseguenze sulla rappresentazione dei cittadini, i giornali possono avere una funzione sociale importante. E si comprende perché la vendita di Repubblica e La Stampa a imprenditori esteri può impoverire la nostra democrazia.
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