Cento anni fa nasceva il principe Carlo Caracciolo, fondatore de L’Espresso e di Repubblica, ed editore di una catena di quotidiani locali. Repubblica ha ricordato il suo editore con due pagine firmate da Simonetta Fiori e Ezio Mauro. Vorrei ricordarlo anche io: per oltre trent’anni ho diretto sette delle sue testate e per un periodo sono stato direttore editoriale dei quotidiani locali. Caracciolo aveva una eleganza naturale, dava l’impressione di essere un aristocratico quasi distratto, ma in realtà era un uomo attentissimo, che aveva la passione per l’editoria. Credo che Gianni Agnelli, che aveva sposato la sorella Marella, avesse ragione a sostenere che Carlo era l’unico editore vero di giornali in Italia, come ricorda Ezio Mauro su Repubblica. Principe e partigiano, convinto progressista, i suoi giornali hanno avuto il merito di cambiare volto al giornalismo italiano e di contribuire alla crescita democratica del Paese in molti momenti storici difficili. Non solo con il settimanale L’Espresso, poi con Repubblica, ma con tutti i giornali locali che mise insieme. Carlo amava i giornali, li respirava. Poteva allungare le mani sopra quelle pagine e, come un rabdomante, comprenderne lo spirito, i problemi, le possibilità. Quando mi nominò direttore editoriale dei locali, ormai malato, mi ricevette nel suo ufficio e lo trovai intento a ritagliare articoli di quotidiani inglesi, americani, francesi: “ Ci possono essere buone idee che vorrei segnalare” disse con un pallido sorriso. Era sempre proiettato in avanti alla ricerca di una idea, di un’innovazione, di una battaglia da affrontare. Ma l’uomo dei giornali non era solo un intellettuale raffinato. Caracciolo sapeva scegliere i suoi collaboratori più vicini: Arrigo Benedetti con cui creò L’Espresso, poi Eugenio Scalfari, amico di una vita, con cui immaginò Repubblica. Ma più avanti Mario Lenzi, l’ideologo dei giornali locali, ex vicedirettore di Paese Sera, che era andato a fare il vice a L’Ora di Palermo e che aveva ridisegnato il giornale con una grafica allora nuova e accattivante. Caracciolo vide il giornale e capì subito che il futuro erano giornali locali che raccogliessero la sfida della modernizzazione, dell’autonomia dai poteri locali per contribuire dal basso al consolidamento della crescita democratica. Ma non fu meno abile nella scelta degli amministratori di quello che sarebbe diventato un grande Gruppo multimediale con giornali, radio, siti internet, una concessionaria di pubblicità: Alessandrini, poi Corrado Passera futuro amministratore della prima banca italiana, Banca Intesa, e Marco Benedetto, l’intelligente costruttore delle fortune (anche finanziarie) del gruppo. Caracciolo era un imprenditore molto abile, che sapeva tenere insieme l’ideale progressista con la dimensione imprenditoriale. Sembrava consapevole che la libertà di noi tutti doveva essere fondata su buoni bilanci. E non sottovalutava mai i numeri dei suoi giornali. Quando dirigevo Il Piccolo, su decisione sua e di Marco Benedetto, una volta andai all’aeroporto di Trieste per tornare a Roma e rivedere moglie e figlia. Con mia sorpresa ci trovai lui e Mauro, allora direttore di Repubblica, che non mi avevano avvertito della loro venuta. Caracciolo mi spiegò: “Siamo venuti in segreto per convincere Claudio Magris a lasciare il Corriere e passare a Repubblica” disse. E ci siete riusciti? chiesi. Il principe rispose dispiaciuto: “No purtroppo, ci ha spiegato che lui si sente di scrivere solo per due giornali: il Corriere e il tuo, Il Piccolo”. E sembrava non riuscire a decidere se essere rattristato per Repubblica o soddisfatto per Il Piccolo. Per il principe entrambe le due testate erano parte del mondo che lui aveva costruito con tenacia e con coraggio. Ma vorrei sottolineare quel “tuo”: lui era l’editore del giornale, ma il rispetto che aveva per l’autonomia e la libertà del direttore e della redazione era profondo, sincero. Il giornale lo considerava affidato al direttore del momento. Lo stesso rispetto che da giovane lo spinse a diventare partigiano contro il fascismo. Quando lasciò la presidenza e si insediò Carlo De Benedetti capii subito che il clima sarebbe cambiato. E non in meglio. Penso sia stato questo il miracolo di Caracciolo: garantire la libertà dei suoi giornali, ideare lo sviluppo, e rappresentare una guida riconosciuta, stimata. Liberi giornali in libero Paese. Carlo non è stato un principe editore, ma l’editore principe.
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