L’attentato al giornalista di Report, Ranucci, e lo sciopero del Sole 24 ore per una intervista alla premier Meloni affidata a una collaboratrice esterna, rimettono al centro dell’attenzione, per ragioni diverse, la debolezza del giornalismo di oggi nel nostro Paese. La bomba contro Ranucci non è grave solo per la violenza della minaccia, ma perché Ranucci rappresenta un giornalismo ormai minoritario. Non sono molti i professionisti, che rischiando la propria vita, hanno il coraggio di indagare il potere politico o economico. Il Sole 24 ore rivela invece il tentativo (riuscito in questo caso) del potere politico di scegliere da chi farsi intervistare. Il fatto grave è che il direttore del Sole si è prestato a soddisfare il volere del presidente del Consiglio. L’isolamento di chi, rischiando, si mette al servizio della verità per il pubblico; la subalternità di chi dovrebbe garantire la libertà del proprio giornale e dei propri giornalisti, sono due facce di una medaglia poco rassicurante: la crisi del giornalismo.
Per meglio comprendere l’importanza della posta in gioco occorre collocare questi due episodi nel contesto del declino del giornalismo. Che ha soprattutto tre cause: una crisi di fiducia del pubblico, che mette in discussione credibilità e reputazione della professione; una crisi economica, innescata da una rivoluzione tecnologica che ha dirottato la pubblicità verso le grandi piattaforme e trasformato in un rebus il modello di business dell’editoria alle prese con vendite calanti; una crisi produttiva e organizzativa, che modifica la stessa percezione della professione. Si può forse affermare che il giornalismo affronta una crisi di senso che dovrebbe costringere il giornalismo a ripensarsi per rispondere al cambiamento che attraversa la società. Storicamente il giornalismo ha sempre dovuto accettare la sfida del mutamento tecnologico e culturale. Ma questa volta il salto è vertiginoso. E non è affatto facile trovare la soluzione. Tra le molte cose che si potrebbero dire, la questione centrale a me pare essere il fatto che fino a poco tempo fa la funzione storica del giornalismo era indiscussa: collegare le fonti degli eventi con il pubblico dei riceventi. E nel compiere questo lavoro la sua mediazione, che consiste nel selezionare, gerarchizzare, presentare i fatti notiziabili, deteneva un monopolio considerato centrale per la società e per la democrazia. Questo ruolo oggi è in crisi, perché nell’ambiente digitale questa funzione non è più esclusiva del giornalismo. Con essa l’informazione ha perso il potere di mettere in forma le informazioni, che così acquistano un significato all’interno di un contenitore.
Non solo i produttori di informazioni si sono moltiplicati, ma lo stesso contenitore ha ceduto a un flusso di singoli contenuti sui social, che frammenta la realtà in molte versioni discordanti. Invece il contenitore assicurava un dispositivo interpretativo unitario. Era una finestra sul mondo, che si poteva accettare o meno, ma che attribuiva una unità riconoscibile alla realtà. Questo processo di disintermediazione ha aggravato la crisi del giornalismo. Si può sostenere che il sovraccarico informativo, la moltiplicazione delle possibilità e modalità di informazione, in realtà, restituirebbero un ruolo al giornalismo. Ma come realizzarlo? Una possibile indicazione arriva dal sociologo Bourdieu e dalla sua nozione di campo giornalistico: una realtà fluida, dinamica, relazionale che subisce il gioco degli interessi. Per il giornalismo gli attori sociali sono numerosi: i lettori, i giornalisti, gli editori, la politica, l’economia. Bourdieu afferma che ogni campo ha un problema fondamentale: l’autonomia. Il giornalismo, infatti, si trova al centro delle traiettorie (spesso contrastanti) di diversi interessi, perché resta la forma più importante di conoscenza sulla società. Ora se torniamo ai due episodi ci accorgiamo che proprio questa è la posta in gioco: l’autonomia del giornalismo e quindi dei cittadini di sapere. Ranucci con le sue inchieste coraggiose indaga il potere. Il direttore del Sole che si piega ai desideri della premier invece si allinea al potere. Forse è questa la battaglia che i giornalisti oggi devono riprendere: l’autonomia da ogni potere, sapendo che ci sarà un prezzo che questa libertà comporta. Ranucci lo sa bene. Lui e i giornalisti del Sole sembrano dirci che per riconquistare credibilità, reputazione, e quindi fiducia, per tornare a costruire aziende sane che sanno stare sul mercato, occorre un giornalismo autonomo, che sia realmente al servizio dei cittadini. Occorre una sorta di resistenza epistemica. Senza riguardi per nessuno. Il futuro del giornalismo si decide sulla sua libertà, sulla sua autonomia. Sapere è un diritto, forse è questo il senso del giornalismo.
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