Di Questi Tempi

Politica società e digitale di Sergio Baraldi


Trump, la logica dell’impero e il capitalismo politico

Il secondo mandato di Donald Trump è cominciato in uno scenario complesso, all’incrocio di mutamenti strutturali in cui l’ordine internazionale liberale e il predominio americano sono in declino. All’atto dell’insediamento, Trump ha annunciato il suo desiderio di una svolta radicale e per darne una rappresentazione visibile al suo elettorato e al mondo ha firmato in un mese una raffica di ordini esecutivi, di dubbia validità costituzionale, in cui ha ribaltato scelte e procedure su diverse questioni come la politica internazionale, la gestione dell’immigrazione, l’ordine interno, l’economia. La percezione di una destrutturazione dell’ordine passato, tuttavia, è alimentata dall’abilità comunicativa del presidente americano, che riesce a catture l’attenzione delle opinioni pubbliche globali, sa tenerle con il fiato sospeso, padroneggia la sceneggiatura per coinvolgerle nello spettacolo continuo della presidenza, in cui i colpi di scena di susseguono. L’ultimo è la mobilitazione della Guardia Nazionale contro i senza tetto di Washington per restaurare la legge e l’ordine. I cambiamenti profondi non mancano, ma se si cerca di esaminare gli avvenimenti senza farsi troppo catturare dal palcoscenico di Washington, si potrebbe osservare che nell’ azione di Trump ci sono discontinuità e ma anche continuità  con il passato. 

Il vuoto d’ordine e la logica dell’impero

La premessa ideologica della destra è che occorre  “rifare grande l’America”, vale a dire interrompere il declino della egemonia unilaterale degli Stati Uniti in un quadro internazionale in cui l’indebolimento della funzione di controllo della superpotenza americana, durata oltre vent’anni dopo la fine dell’Unione Sovietica, ha aperto un vuoto. Per riuscirci la destra trumpiana vuole restaurare la logica dell’impero, in modo da  cristallizzare i rapporti di forza nel conflitto geopolitico a vantaggio degli Stati Uniti. Per Trump non si può fare affidamento sulla strategia liberale che puntava sull’allargamento e sull’inclusione dei paesi, nella convinzione che le relazioni internazionali sarebbero cambiate e che la competizione sarebbe diventata cooperazione. Contrariamente alle aspettative, il capitalismo liberale non si è rivelato neppure un passaggio verso le liberaldemocrazie da parte di altri stati. Non si è verificata neppure la convergenza verso il modello occidentale e americano, sempre come immaginava la prospettiva liberista. Per questa ragione Trump si è smarcato dal multilateralismo, che ha costituito l’architettura dell’ordine liberale, e che è stato lo strumento per includere nel commercio e nelle istituzioni internazionali paesi che hanno saputo assorbire gli effetti benefici della globalizzazione, senza poi attuare nessuna riforma politica. La Cina ne è l’esempio più eclatante. Trump, quindi, è ritornato all’approccio unilaterale del repubblicano George W. Bush, ricollegandosi alla destra repubblicana che, dopo l’attentato alle torri gemelle a New York, fece due guerre in Iraq e Afghanistan, ponendo le premesse per le successive difficoltà della superpotenza. Gli Stati Uniti si sono ritirati da una serie di accordi internazionali, hanno assunto un atteggiamento assertivo, a volte persino offensivo, verso gli alleati. La nuova amministrazione ha ostentato un atteggiamento di scarsa considerazione verso l’Europa e le alleanze multilaterali come la Nato. Trump vuole privilegiare i rapporti bilaterali con i singoli stati, nei quali la superpotenza ha carte migliori. Anche in Medio Oriente il nuovo presidente ha ribaltato la linea dei predecessori democratici, stabilendo un asse privilegiato con Israele e con i paesi arabi,  smantellando gli accordi vigenti. Trump vuole ridurre gli onerosi impegni militari all’estero, come Obama e Biden, e considera la Cina il vero competitore degli Stati Uniti. Ha avviato un politica di avvicinamento a Putin e alla Russia, riconoscendogli il ruolo di interlocutore, come si vedrà al vertice in Alaska.  È come se il presidente americano, guidato da un cinico realismo, fosse convinto che in un mondo multipolare, plurale, frammentato, l’America non possa illudersi di esercitare ancora la sua egemonia, cioè nella definizione del professore Gary Gerstle nel libro “Ascesa e declino dell’ordine neoliberale”, la capacità del “dominante di piegare alla propria volontà l’opposizione”. Trump dissocia dall’egemonia la superiorità. E la brandisce per far prevalere la sua visione del mondo. La superiorità non usa il soft power ma l’hard power. Si serve del linguaggio della forza. Impone unilateralmente la propria  potenza. Assume sempre più spesso il volto della sanzione e della repressione. Sceglie bersagli simbolici che trasmettano insieme forza e timore. È in questo modo che sembra articolarsi la logica dell’impero. Infatti Trump assicura all’economia, allo stipulare affari (anche i suoi) una posizione privilegiata nella strategia americana, derubricando le relazioni internazionali e il loro assetto. La strategia è politica, ma business oriented. Infatti ha inaugurato una diplomazia transazionale: utilizza dazi, tariffe, dove la superpotenza può monetizzare ogni accordo. Non c’è solo l’obiettivo sbandierato di contenere il deficit pubblico altissimo degli Stati Uniti: ha appena varato una legge che riduce le tasse a imprese e ricchi e indebolisce l’assistenza sociale ai poveri, che aumenterà il deficit. Trump sembra prendere atto che il ritorno della competizione globale spinge a considerare il vuoto creato dall’indebolimento del ruolo degli Stati Uniti e dal tramonto della iper-globalizzazione, un vuoto d’ordine. L’ordine va restaurato. È il compito dell’impero americano, ancora il più forte sulla scena globale.

L’intreccio tra Stato e capitalismo politico

  Questa scelta sembra stabilire un nesso con la metamorfosi del capitalismo verso la categoria del “capitalismo politico”, a suo tempo elaborata da Max Weber, per descrivere organizzazioni economiche in cui il potere politico incide sulla produzione al punto da alterare la dinamica di mercato. La globalizzazione americanocentrica è scaturita  da una visione geopolitica degli Stati Uniti nel ventesimo secolo, ma si è realizzata a partire dagli anni Settanta. Dopo alcuni decenni trionfanti, la fase che si è aperta con la crisi del 2007/2008 ha messo in evidenza che quell’assetto alla lunga non sembra sostenibile per gli squilibri economici e politici che produce. I divari sociali, territoriali causati dalla iper-globalizzazione hanno lesionato negli Stati Uniti e nei paesi occidentali la stessa idea che la democrazia possa trasformare il sistema economico in direzione di una maggiore eguaglianza e pari dignità dei cittadini. La sintesi tra democrazia, mercato, diritti è entrata in crisi. La rabbia di molti elettori chiede protezione. L’idea della creazione di un unico mercato globale governato dal diritto sovranazionale non si è realizzata. La fase espansiva sembra rallentare: si assiste a una crescente segmentazione dei mercati, ad una regionalizzazione delle catene del valore, mentre la competizione si fa sempre più serrata con nuovi attori che mettono in campo un capitalismo di Stato, tutelato e sovvenzionato come in Cina. Nello stesso tempo la presa ridotta degli Stati Uniti sull’ordine internazionale, i conflitti in Ucraina e Medio oriente hanno aperto una nuova competizione geopolitica, quando non un conflitto, tra le più importanti potenze globali. Sulla scena internazionale così si assiste alla riemersione di un attore che sembrava declinante: lo Stato. Del resto è stato proprio Adam Smith ne “La ricchezza delle nazioni” a rammentare il primato della difesa sulla ricchezza.  La destra di Trump muove in questo quadro instabile per giustificare l’intervento del potere pubblico in ambito economico. Non si tratta di un recupero della categoria dell’economia mista, ma dell’ascesa di nuove forme di “capitalismo politico”, in cui la proprietà delle imprese resta privata e anzi si struttura come un oligopolio concentrato, ma diventa sempre più soggetta all’influenza, al controllo, alla benevolenza dello Stato e alle sue restrizioni giuridiche. La foto all’insediamento di Trump dei più importanti e ricchi capitalisti americani che lo ossequiano, offre l’immagine di questo cambiamento.

La chiave dell’imperativo della sicurezza nazionale 

 Capitalismo politico e potere dello Stato hanno un terreno privilegiato su cui si intrecciano come avviene negli Stati Uniti: è quello legato agli interessi strategici della superpotenza e alla sicurezza nazionale. È la necessità per l’impero di difendere il proprio dominio che favorisce il legame con le nuove forme di capitalismo. Del resto, se la competizione geopolitica con la Cina, e in parte con la Russia e alcune potenze emergenti, si fa serrata alcune attività industriali avanzate assumono un’importanza cruciale. Intelligenza artificiale, conduttori, big data, reti di ultima generazione, cavi sottomarini, satelliti e spazio, diventano i fattori su cui lo Stato deve intervenire. A questi settori si può aggiungere l’urgenza di riportare in America alcune manifatture perdute, il controllo delle materie prime,  l’ approvvigionamento energetico, tutte priorità che allargano a dismisura il raggio d’azione dello Stato. Lo stesso Trump è il simbolo di questa simbiosi: sovrappone in se stesso due identità, quella del miliardario e quella del politico. Il presidente interpreta quasi naturalmente la riemersione dello Stato sovrano, che instaura un nesso stretto (anche per gli appalti miliardari) con il capitalismo legato all’imperativo della sicurezza nazionale. Un nesso che tende a diventare subordinazione del capitalismo. È probabilmente questa la chiave che consente di decifrare le decisioni dell’amministrazione. Inoltre, questo intreccio non è solo decisivo nella competizione geopolitica, ma offre il vantaggio di essere maggiormente sganciato dai processi democratici di discussione non solo in Usa ma in generale in Occidente. Il capitalismo politico comporta, come sta facendo Trump, un uso politico del commercio e della finanza, come i grandi fondi statunitensi, in uno scenario in cui convivono interdipendenza economica e competizione. Anche la tecnologia e le imprese tecnologiche devono rispondere alla logica degli scopi e dei vantaggi politici. Le imprese vengono classificate come strategiche e quindi sono protette, o sono considerate nemiche per la loro collocazione geografica o politica e vengono avversate. Il giudizio sull’economia viene filtrato sulla base della sicurezza nazionale. Sono caratteristiche che Trump ha già dimostrato di voler padroneggiare.

La logica dell’impero applicata all’interno: la presidenza assoluta

La logica dell’impero, tuttavia, non si può applicare solo all’esterno nella competizione geopolitica. Essa deve prevalere anche all’interno con una torsione delle stesse istituzioni democratiche americane. Nel confronto con la Cina e con la Russia, Trump vuole avere a disposizione tutte le leve di comando del sistema. Usa gli ordini esecutivi per svuotare il potere legislativo del Congresso. Vuole riportare alla subordinazione le agenzie federali che hanno una certa autonomia. Sta assediando la Federal Reserve di Jerome Powell, che sfugge al suo controllo. Il sistema statunitense, secondo la destra trumpiana, deve essere coeso, un tutt’uno organico, compatto dietro una presidenza che si potrebbe definire assoluta. Il potere esecutivo rompe l’equilibrio costituzionale tra i poteri. Anche il classico richiamo alla legge e ordine della destra assume il significato di una gerarchizzazione sociale a cui nessuno deve sottrarsi, né le università, né la magistratura o la polizia, né l’informazione o gli enti di ricerca. Chi dissente rischia sanzioni, non ottiene fondi,  l’opposizione non può violare le regole riscritte. Si tratta di una dinamica che vede la convergenza delle tre maggiori potenze Usa, Russia e Cina verso un capitalismo politico in cui l’elemento democratico o è eliminato oppure è sotto pressione. Trump sembra incardinare il primato della politica solo nello Stato sovrano quindi nel governo. Il vertice con Putin sembra dimostrare che il presidente americano vuole ristabilire il monopolio statale anche sulla guerra, dopo che negli anni sono proliferati i conflitti non statali e quindi (come aveva detto Carl Schmitt) illegittimi. L’iper-globalizzazione non ha prodotto un mondo globale, unificato dalla lex mercatoria, ma si è frammentata in una serie di sovranità limitate o sovranità potenti. In questo scenario asimmetrico solo le grandi potenze possono mettere in campo il capitalismo di Stato (Cina e Russia) o il capitalismo politico (Usa). E sono queste tre potenze sovrane che devono decidere, spartirsi zone di influenza, riordinare il mondo. Era chiaro che per questa ragione il presidente ucraino Zelensky non poteva essere invitato in Alaska. Per raggiungere l’obiettivo, Trump rovescia il rapporto strutturale tra economia e politica. Negli anni del liberismo il mercato incideva sul governo, adesso è il governo che si serve dell’economia. Trump usa i dazi e impone persino una tassa alle aziende americane che vogliono esportare in Cina (come il 15% che ora deve pagare Nvidia), quasi una “tangente”, per introdurre nuove forme di regolazione politica nel commercio internazionale. La struttura liberoscambista del ciclo precedente viene distorta. L’economia, la politica commerciale diventano uno strumento di disciplina geopolitica del sovranismo, che muta a seconda delle convenienze dell’impero. Non c’è solo un problema di incertezza crescente sui mercati e per le imprese, compare l’idea della destra che il diritto deve tornare ad essere uno strumento in mano allo Stato, ridimensionando gli enti giuridici sovranazionali, che non ha solo finalità economiche o sociali interne, ma che è rivolto alla competizione esterna. Anzi, Trump usa la leva esterna per giustificare un giro di vite illiberale nella democrazia americana. L’economia, che per il liberismo avrebbe dovuto essere un fattore di unificazione sovranazionale con l’apertura dei mercati e la caduta delle barriere, si rovescia nell’arma di una “guerra” combattuta con altri mezzi. E la guerra non ammette diserzioni tra le proprie fila. Le parole pronunciate da Greenspan, storica guida della Federal Riserve, nel 2007 ci danno il segno del tramonto di un’epoca:”Grazie alla globalizzazione le decisioni politiche negli Stati Uniti sono state in gran parte sostituite dalle forze globali del mercato. A parte la sicurezza, non fa molta differenza chi sia il prossimo presidente. Il mondo è governato dalle forze del mercato”. A parte la sicurezza? Contro ogni aspettativa, ora l’ideologia liberista  viene smantellata dalla destra radicale in nome proprio della sicurezza nazionale. Anche questa sembra la logica dell’impero. 



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