Vorrei segnalare il libro “L’alba dell’ antimafia” di Ciro Dovizio (Donzelli), docente alla università statale di Milano, dedicato al giornale L’Ora e alla genesi nella società siciliana e italiana della convergenza tra opinione pubblica e istituzioni attorno al tema della legalità. Il professore Dovizio ha scritto il libro più bello sul giornale in cui sono diventato giornalista. Il volume racconta la storia de L’Ora contro la mafia per introdurci a una interpretazione documentatissima della cultura dell’antimafia e della battaglia per la rinascita civile dell’isola. Un cambiamento nel quale L’Ora e il suo direttore, Vittorio Nisticò, hanno svolto un ruolo fondamentale. Il giornale deve la sua fama all’impegno contro la cosche: ebbe tre giornalisti uccisi (Mauro De Mauro, Giovanni Spampinato, Cosimo Cristina) e un attentato dinamitardo in tipografia, che non impedì la pubblicazione di un’inchiesta. Tuttavia L’Ora non può essere definito in modo riduttivo come giornale antimafia. In realtà la testata ha rappresentato il luogo della discussione, della riflessione, della denuncia su questioni decisive per la Sicilia: l’autonomia regionale, lo sviluppo economico, la cultura, la relazione con il Paese e il Mediterraneo. Il libro ricostruisce una vicenda complessa. Ci parla dei suoi giornalisti e collaboratori. Spiega che L’Ora fu protagonista di importanti innovazioni professionali, che anticiparono il giornalismo moderno. Ne sono un esempio le molte inchieste pubblicate. La prima indagine sulla mafia risale al 1958 e fu condotta direttamente sul campo a Corleone da una squadra di giornalisti, che si recarono sul territorio per raccontare boss, affari, omicidi, in tempi in cui persino la parola mafia quasi non compariva nelle indagini delle forze dell’ordine o nelle sentenze della magistratura. Inchieste, commenti, interviste, intellettuali chiamati a intervenire, fecero de L’Ora un modello di giornalismo negli anni Sessanta, che annunciava (assieme a “Paese Sera” a Roma) la trasformazione della stampa che sarebbe avvenuta solo negli anni Settanta. Questa capacità di modernizzare e democratizzare un giornalismo allora istituzionale e conformista, che svolgeva più una “disfunzione narcotizzante” (la definizione è di due importanti studiosi Merton e Lazarsfeld) che crea superficialità e apatia, la si deve a un gruppo di professionisti e intellettuali che seppero offrire un esempio di informazione libera. Un impegno che attirò anche l’attenzione internazionale. Tra tutti vorrei ricordare i nomi di Vittorio Nisticò, Mario Farinella, Felice Chilanti, Pantaleone Sergi, Marcello Cimino, Giuliana Saladino, Ugo Baduel, Etrio Fidora, Aldo Costa, Giacinto Borrelli, e più tardi Kris Mancuso, che iniziarono l’avventura. Il giornale ebbe illustri collaboratori come Leonardo Sciascia, Danilo Dolci, Vincenzo Consolo, Bartolomeo Sorge. Anni dopo una nuova generazione di giornalisti prese il loro posto. Da essa uscirono direttori di giornali, capiredattori, inviati, firme nazionali prestigiose. È stato un caso unico in Italia: un piccolo giornale ha fatto crescere eccellenti professionisti, come è accaduto solo nelle redazioni dei più importanti quotidiani del Paese. Anche per questo L’Ora merita un riconoscimento nella storia del giornalismo italiano. Del resto i suoi tragici lutti, le sue battaglie, l’essere diventato un riferimento prezioso per la Commissione parlamentare antimafia, l’assedio a colpi di querele da parte di un potere politico intollerante alle critiche e alle denunce del giornale, hanno fornito materiale per libri, documentari, persino per una serie televisiva. Il bel libro del professore Dovizio ci aiuta a capire perché l’esperienza di un giornale che non esiste più parla ancora al giornalismo e ai cittadini. L’Ora non ha svolto solo le tipiche funzioni dell’informazione: l’avere prodotto conoscenza sulla società e la mafia, e diffuso una rappresentazione nuova della realtà (funzione referenziale); non ha solo rielaborato l’identità sociale, offrendo una diversa interpretazione e immagine (funzione identitaria); non si è limitato a favorire una mobilitazione collettiva che si è tradotta nell’antimafia (funzione di prassi sociale). La forza de L’Ora è stata la funzione ideologica che ha assunto in un sistema sociale e istituzionale che taceva sulla mafia, ma anche sulle contraddizioni, sui drammi, sulle ingiustizie di cui soffriva la Sicilia. Nisticò ha schierato il giornale contro la mafia come simbolo di un potere che dominava la Sicilia. E che i siciliani erano costretti a subire a causa della violenza e della paura. La società doveva emanciparsi da questo potere. Per ideologia, quindi, non dobbiamo intendere l’apparato di idee che guida un partito e determina uno schieramento. Seguendo la lezione di Althusser, Geertz, Stuart Hall dobbiamo pensare l’ideologia come un insieme di idee, di credenze, di rappresentazioni condivise socialmente, un sistema culturale, un immaginario, un modo di vedere se stessi, in cui mafia, corruzione, politica compiacente non si potevano né vincere né cambiare. Questo sistema di credenze si era stratificato nella memoria sociale siciliana, diventando uno schema identitario del sé collettivo, che definiva una Sicilia passiva, rinunciataria. Nel tempo questa ideologia egemone era diventata un senso comune, una dimensione inerziale di convinzioni e abitudini mentali, un “everyday thinking” come direbbe Stuart Hall, che negava la possibilità di opporsi e che frenava ogni cambiamento. L’Ora ha contrastato l’egemonia di questo senso comune della rassegnazione. Per riuscirci ha sostenuto un sistema culturale diverso, difeso valori differenti, ha offerto un’altra narrazione della realtà costruita con un lavoro di ricerca e di verifica delle informazioni accurata, completa, approfondita, che il giornalismo di oggi raramente compie. L’obiettivo era formare una nuova ideologia che sostenesse uno sguardo nuovo sulla Sicilia e orientasse l’azione dei cittadini. L’Ora ha promosso una consapevolezza, un agire sociale che fosse in grado di trasformare la propria realtà sociale. La lotta per la legalità era il nucleo di una strategia più ampia, il cui significato era la delegittimazione di una dimensione simbolica, ideologica che si proponeva di perpetuare un antico dominio. A partire dalla fine degli anni ‘50 Nisticò e L’Ora intuirono la crisi dell’ordine tradizionale che bloccava la Sicilia. L’informazione, l’analisi, l’opinione erano la chiave per accelerarne una rottura. Il giornale diede visibilità a partiti, sindacati, movimenti, intellettuali, attori sociali di diverso orientamento (cattolici, comunisti, socialisti, laici), tutti impegnati a liberarsi di un sistema mafioso e politico che sfruttava e umiliava la Sicilia. Il lavoro straordinario del giornale mirava a colpire la mafia per demolire il principio organizzatore di quell’ordine: il potente poteva essere sconfitto (boss o politico corrotto o imprenditore colluso), non aveva più l’impunità. L’Ora ne rivelava i nomi, i traffici, ne metteva la foto in prima pagina. La sfida coraggiosa de L’Ora ha avuto come conseguenza il cambiamento del rapporto tra politica e società civile, tutto sbilanciato a favore della prima. Il progetto di Nisticò, che avanzava già verso la fine degli anni Cinquanta una domanda inedita di partecipazione a nome dei cittadini, colloca il giornale dentro il grande pensiero del Novecento finalizzato alla costruzione di una nuova società. Il libro del professore Dovizio ci racconta la maturazione di questo progetto ideologico. Del resto la stessa concezione della mafia da parte del giornale ha subito un’evoluzione. Se in una prima fase L’Ora subì l’influenza di una visione quasi partenalistica della mafia legata al latifondo (già falsa), in seguito il giornale con le inchieste adottò un modello interpretativo lucido, aderente alla realtà: un’organizzazione criminale, spietata, con ramificazioni internazionali, pervasiva, che contaminava segmenti della società, la sfruttava, ne impediva lo sviluppo. Il discorso di Nisticò e del giornale sulla rete di complicità (per esempio nella Dc fanfaniana) mise sempre più in contrapposizione un “noi” contro un “loro”: la società onesta, vittima di sopraffazione, contro il sistema mafioso e la sua rete di connivenze. L’Ora era la voce della nuova Sicilia. Questo discorso generava appartenenza nei lettori e consentì a Nisticò di porre, diremmo oggi, una rivendicazione identitaria nazionale della Sicilia e della sua autonomia, poi emersa nella vicenda Milazzo. La contrapposizione noi-loro, oggi così contemporanea, richiama il dualismo amico-nemico posto da Carl Schmitt alla base del politico, e rivela l’intrinseca politicità della posizione giornale, che precede la scelta di vicinanza alla sinistra e ai progressisti. Il riscatto della Sicilia da uno storico stato di minorità era di per sé un atto profondamente politico. “L’alba dell’antimafia” di Ciro Dovizio ci consente così di scoprire il senso di quella decisiva battaglia democratica. E può essere di ispirazione ancora oggi che si avverte il vuoto lasciato da un giornale che ha combattuto per la libertà di tutti.
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