L’inchiesta del sito Fanpage sul giovani di Fratelli d’Italia, le loro nostalgie per il fascismo e l’antisemitismo, rappresenta bene due crisi che si specchiano l’una nell’altra: quella del giornalismo e quella della politica. In questo caso la loro difficoltà, se non l’insofferenza, per le regole. L’inchiesta ha provocato l’aspra reazione della Meloni. Colpita dalle rivelazioni che possono rafforzare la diffidenza verso di lei in un momento in cui teme l’isolamento in Europa, la premier ha parlato di metodi da “regime”. Il direttore di Fanpage, Cancellato, ha replicato con delle ragioni che quando “i partiti o il potere indagano sui giornali è regime, quando i giornali indagano sui partiti questa è democrazia”. La questione però non è così semplice. Dobbiamo anche riflettere su come i giornalisti assolvono alla loro funzione nella democrazia. Come rendono pubblico il potere. Si pone cioè la questione delle regole, che esistono, e sono raccolte nello “Statuto dei doveri del giornalista”. Nell’allegato dello Statuto, all’articolo 1, è detto chiaramente che il giornalista deve dichiarare la propria identità e lo scopo del suo lavoro. Può non farlo solo nel caso in cui la sua vita possa essere in pericolo, perché per esempio indaga su organizzazioni criminali o sul terrorismo. Il giornalismo italiano ha avuto non pochi tragici lutti per questa ragione. Ricordo alcuni nomi: Carlo Casalegno, Walter Tobagi, Ilaria Alpi, Giancarlo Siani, Maria Grazia Cutuli, Giuseppe Impastato e tanti altri. Io sono diventato professionista in un giornale, “L’Ora” di Palermo che ha avuto tre colleghi uccisi dalla mafia per il loro lavoro: Giovanni Spampinato, Mauro De Mauro, Cosimo Cristina. Vorrei ricordare anche Mario Francese del “Giornale di Sicilia”,che svelò gli affari dei corleonesi attorno alle dighe e pagò con la vita. Nessuno di loro ha nascosto la propria identità: il modello a cui ispirarci sono loro. Non concordo, quindi, con Fanpage sul fatto che il giornalismo “sotto copertura” sia lecito. Non in questa occasione. Il direttore Cancellato fa bene a indagare sui partiti, ma non è questo il metodo. Perché lo Statuto pone il dovere di identificarsi? Perché l’informazione svolge un ruolo cruciale nella sfera pubblica democratica e deve essere trasparente. Il giornalismo trasparente è percepito come corretto. I giornali devono essere liberi, ma questo non significa che siano esentati dalla responsabilità civile: devono rispettare le leggi dello Stato e le norme deontologiche. Rispettare le regole significa rispettare i lettori. Dichiarare di essere al loro servizio e solo al loro, significa affermare che il giornalismo serve i governati non i governanti. Ma lo deve fare seguendo procedure trasparenti e corrette. Solo così il giornalismo può svolgere la funzione di custode delle regole a favore dei cittadini verso il potere. Non può pretendere trasparenza dal potere se a sua volta non è trasparente. E non credo possa valere l’obiezione che il giornalismo politico ha sempre rivelato i retroscena o i segreti dei partiti. Lo ha fatto, è vero, ma senza celare la propria identità e lo scopo della propria indagine. Senza ricorrere, come prescrive lo Statuto, ad “artifici” ingannevoli.
Il problema è che il giornalismo italiano spesso è tentato di trascurare norme che dovrebbe rispettare: nelle inchieste e nei processi gli accusati di frequente sono trattati da condannati; c’è poco riguardo verso i minori e i loro diritti (una obiezione simile è stata evocata per l’inchiesta sui giovani FdI); la “verità sostanziale” dei fatti viene strumentalizzata per giustificare la propria linea politico-editoriale. Si potrebbe continuare: troppe violazioni vengono giustificate per ottenere uno scoop, per arrivare prima dei concorrenti, per vendere più copie. Il rischio è che il primato del risultato su ogni altra considerazione faccia scomparire i doveri, mentre i diritti possono trasformarsi in privilegi per i quali si chiede impunità. È anche per questa condotta professionale, spesso associata a quello che viene definito “parallelismo politico”, che il giornalismo ha indebolito la propria credibilità, la propria autorevolezza. Del resto il giudizio negativo di tanti cittadini sul giornalismo è anche la conseguenza del fatto che il valore civile, culturale, morale della sua missione è stato sottovalutato. Si tratta di un arretramento etico che, a mio avviso, ha contribuito al declino delle imprese editoriali. I grandi direttori come Eugenio Scalfari, Indro Montanelli, Piero Ottone ci hanno dimostrato che il capitale culturale-giornalistico, per riprendere il sociologo Bourdieu, ha fornito la base per la crescita dell’impresa editoriale. Oggi invece si assiste alla conversione della dimensione culturale e giornalistica nella prevalente dimensione economica e tecnologica, offuscando la capacità innovativa del giornalismo. Il patto di fiducia con i lettori si è incrinato. Quanto alla premier, occorre dire che la Meloni usa gli argomenti sbagliati per avanzare una critica che ha delle ragioni. Il regime però può diventarlo lei: ha occupato la Rai come neppure la Dc aveva fatto con un consenso più ampio, emarginando chi non è allineato. Ricorre al consueto vittimismo lei che ha strumentalizzato ogni accusa giudiziaria contro i suoi avversari politici, senza mai scusarsi quando poi i processi assolvevano. Lei rappresenta il Potere, ma finge di aver bisogno che i partiti siano tutelati. La Meloni non ha titolo morale e politico per ergersi ad accusatrice, dato che quando era all’opposizione non ha avuto scrupoli per condurre le sue battaglie partigiane. Anche la politica e soprattutto i partiti al governo sembrano allergici alle regole, al dovere di rendere conto ai cittadini di come esercitano il potere e di rispondere delle proprie decisioni. Regole che la Meloni ignora, agendo non come rappresentante di tutti i cittadini ( anche di chi non l’ha votata), ma come capo di un partito cioè di una fazione. Ma a politica restia alle regole non si risponde con un giornalismo distratto sulle norme. Il giornalismo deve raccontare tutto quello che riguarda il governo e i partiti, comprese le farneticazioni dei giovani di FdI, ma seguendo le regole. Diceva Cicerone: “Omnia sunt incerta, cum a iure discesseris”, tutto diventa incerto, se ci si allontana dalle regole. Ricordiamocene.
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