Vorrei esprimere la mia solidarietà al collega Alessandro Barbano, direttore del Messaggero di Roma, licenziato da Caltagirone a un mese dall’assunzione, perché ha cercato di applicare le regole di un giornalismo libero e indipendente. Secondo alcune ricostruzioni, si sarebbe rifiutato di pubblicare una intervista alla premier Meloni con domande e risposte scritte, quindi preconfezionata. E avrebbe fatto bene. Barbano poi ha negato che sia questa la causa della rottura con l’editore senza fornire però spiegazioni. In attesa di capire come sono andati i fatti, si può forse accennare a una riflessione. Le aziende editoriali, seguendo il pensiero del sociologo Bourdieu, si possono interpretare come arene di conflitti in cui le diverse componenti tentano di acquisire i capitali necessari a occupare posizioni più forti e cambiare le gerarchie interne. Le pressioni esterne ed interne avviano questa competizione per decidere chi ha il controllo e l’autorevolezza per esercitare la funzione direzionale. Vale a dire si attiva la sfida su chi prende le decisioni su come l’azienda-giornale (o tv o sito) si organizza per sopravvivere sul mercato e di quale struttura deve dotarsi per raggiungere l’obiettivo. La competizione esterna-interna incide sulle relazioni di potere nella testata. Sembra che la vicenda Barbano si sia giocata su questo campo di gioco. In passato tra capitale editoriale-economico , giornalistico, tecnologico, c’era un equilibrio fragile, precario. Ma era un equilibrio. In qualche caso, in certi momenti, il capitale giornalistico aveva ottenuto una posizione privilegiata. Ma negli ultimi anni, a causa della crisi innescata dal digitale che non trova soluzione, si è assistito all’ascesa del capitale editoriale-economico e di quello tecnologico, che ha mutato la gerarchia interna. Con conseguenze rilevanti. Del resto, la natura del potere degli editori e dei giornalisti è diversa: se quella dell’editore si può definire un hard power, quello dei giornalisti può essere classificato come un soft power. Che si è via via indebolito. Il punto a me sembra che se in passato il giornalismo in qualche caso ha saputo usare i contenuti, vale a dire cosa i lettori devono sapere, per incidere sul contenitore, cioè sul sistema di produzione, di relazione, di bilancio (vedi Scalfari, Ottone, Montanelli), oggi questa azione egemonica non è possibile. Barbano sembra avere avuto il merito di provare a mutare la visione del contenitore Messaggero agendo sui contenuti. Ma l’hard power dell’editore Gaetano Caltagirone è intervenuto per bloccarlo subito e risospingere il giornalismo dentro i confini dei contenuti. Per di più contenuti market oriented. Comprendendo con questa formula anche gli interessi materiali e politici dell’editore (Caltagirone ha buoni rapporti con Palazzo Chigi), che intende sostenere in prima persona. È una partita che credo attraversi le aziende editoriali oggi e che ricorda lo scenario degli anni Sessanta. Si veda il caso della direttrice del sito di Genova, “La Svolta”, Cristina Sivieri Tagliabue, licenziata per avere informato i lettori che il suo editore Colucci è coinvolto nella inchiesta su Toti. Se non si coglie l’importanza della posta in gioco, credo sia difficile capire il caso di Barbano e di altri.
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